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Vini ad Arte 2026, la Romagna del vino punta su identità, territori e adattamento climatico

Per la prima volta nella sua storia, Vini ad Arte ha lasciato la Romagna per approdare a Milano. La ventunesima edizione della manifestazione, ospitata al Westin Palace, ha offerto l’occasione per raccontare lo stato di salute della vitivinicoltura romagnola attraverso tre prospettive complementari: quella istituzionale del presidente del Consorzio Vini di Romagna, Roberto Monti, quella strategica del direttore Filiberto Mazzanti e quella tecnico-agronomica della consulente

Ad aprire i lavori è stato Roberto Monti, che ha ribadito la missione della manifestazione: valorizzare l’evoluzione qualitativa dei vini romagnoli e rafforzarne il posizionamento presso consumatori e operatori. Un percorso che passa dalla capacità di coniugare tradizione e innovazione senza perdere il legame con il territorio.

Il presidente ha ricordato che il Consorzio Vini di Romagna, fondato nel 1962, rappresenta oggi 122 associati tra aziende vitivinicole, imbottigliatori e cantine cooperative, coinvolgendo circa 5.200 produttori di uva. In un territorio che conta circa 28.000 ettari vitati, la Romagna continua a distinguersi dall’Emilia per la propria identità produttiva, fondata soprattutto su Sangiovese, Albana e Trebbiano.

Tra le denominazioni più rappresentative spicca il Romagna Albana DOCG, primo vino bianco italiano a ottenere la DOCG nel 1987. Oggi conta 768 ettari vitati e circa 918 mila bottiglie prodotte, con una crescita costante della tipologia secca rispetto a quella dolce. Accanto all’Albana, Monti ha richiamato il ruolo del Trebbiano di Romagna DOC e delle altre denominazioni storiche del territorio, senza dimenticare il peso economico delle IGP, in particolare la Rubicone IGP, che supera gli 87 milioni di bottiglie annue.

Dal piano istituzionale il confronto si è poi spostato sul vino simbolo della regione. Nel suo intervento, Filiberto Mazzanti ha descritto l’evoluzione del Sangiovese di Romagna, sempre più orientato verso una valorizzazione delle identità territoriali. Secondo il direttore del Consorzio, il mercato premia oggi vini capaci di raccontare il luogo d’origine piuttosto che la sola potenza estrattiva che aveva caratterizzato alcune stagioni del recente passato.

Mazzanti ha illustrato la cosiddetta “piramide del Sangiovese”, articolata in Romagna Sangiovese DOC, Romagna Sangiovese Superiore e Romagna Sangiovese sottozona. Più che una classificazione qualitativa, ha spiegato, si tratta di un percorso di crescente caratterizzazione territoriale, sostenuto da disciplinari più restrittivi e da una sempre maggiore attenzione alla specificità dei singoli areali.

In questo contesto assumono un ruolo centrale le sedici sottozone romagnole, che rappresentano territori distinti sotto il profilo geologico, climatico e culturale. I numeri premiano questa strategia: nonostante il generale rallentamento del mercato dei vini rossi, le rivendicazioni delle sottozone sono passate da circa 520 mila bottiglie a circa 650 mila nel giro di un anno, confermando il crescente interesse verso produzioni identitarie e riconoscibili.

A chiudere la mattinata è stata Marisa Fontana, che ha offerto una fotografia dettagliata della vendemmia 2025 e delle sfide che il cambiamento climatico sta imponendo alla viticoltura romagnola. Il dato più significativo è che il 2025 è risultato il quarto anno più caldo dal 1961, inserendosi in una sequenza di annate che evidenzia una crescente pressione climatica sui vigneti.

Secondo Fontana, l’aumento delle temperature minime sta incidendo profondamente sui cicli vegetativi della vite, favorendo germogliamenti sempre più precoci e rendendo le piante più vulnerabili ai ritorni di freddo primaverili. L’annata è stata definita “a fisarmonica”, caratterizzata da accelerazioni e rallentamenti continui dello sviluppo vegetativo. Le abbondanti piogge primaverili hanno favorito una crescita vigorosa delle piante, ma le successive ondate di calore hanno provocato fenomeni di scottatura e stress termico in numerosi vigneti.

Anche la fenologia conferma il cambiamento in atto. Le invaiature del Sangiovese sono state osservate già nella prima metà di luglio e molte vendemmie si sono concluse entro metà settembre, tempistiche impensabili rispetto a quelle considerate normali solo pochi decenni fa. Nonostante una riduzione produttiva e alcune problematiche fitosanitarie, le condizioni meteorologiche della seconda parte di agosto hanno favorito una buona maturazione fenolica, consentendo di ottenere uve di qualità soddisfacente.

La seconda parte dell’intervento ha approfondito il tema dei suoli, elemento ritenuto decisivo per comprendere la diversità espressiva del Sangiovese romagnolo. Fontana ha illustrato le principali formazioni geologiche della regione, dalle terre rosse alle argille dei calanchi, fino alla formazione marnoso-arenacea che caratterizza gran parte della Romagna. A queste si aggiungono realtà uniche come la Vena del Gesso, lo Spungone di Bertinoro e le argille plioceniche del Riminese.

Proprio da questa varietà geologica derivano interpretazioni molto diverse del vino: le terre rosse tendono a esaltare il frutto, le argille generano vini più potenti e strutturati, mentre i terreni marnoso-arenacei favoriscono eleganza, mineralità e finezza. Una diversità che trova piena espressione nelle sottozone, da Imola a Modigliana, da Predappio a Bertinoro, fino al Cesenate e al Riminese

Il messaggio emerso dai tre interventi è chiaro: la Romagna del vino sta affrontando una fase di trasformazione profonda. Da un lato la necessità di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico, dall’altro la volontà di rafforzare la propria identità attraverso le denominazioni, le sottozone e la valorizzazione delle peculiarità territoriali. Una strategia che punta non soltanto alla qualità del vino, ma soprattutto alla capacità di raccontare un territorio sempre più consapevole del proprio valore.

Bruno Angelo Porcellana

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