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Blues Cafè “A colazione con lo scrittore” presenta Luca Vitali

Luca Vitali. Credit Bruno Angelo Porcellana

Con lo scrittore Luca Vitali, ultimo “ospite” di Anna e Valerio, del Blues Caffè di Via Genunzio Bentini, 65 in Bologna, si è conclusa presso la stagione de “A colazione con lo scrittore”.  Come abbiamo scritto in precedenza, ospite dell’ultimo appuntamento della stagione è stato lo scrittore e fotografo di origini parmigiane Luca Vitali con il libro “Rock’n’roll shit” Rossini Editore. Luca Vitali oltre a presentare il romanzo ha portato anche il CD Song from Rock’n’Roll Shit dei The Sidewalk Philosophers,  album musicale nato dalle pagine del romanzo.

Abbiamo avuto il piacere di conoscere meglio l’autore, facendoci raccontare la sua storia di fotografo e romanziere durante una lunga chiacchierata che si è trasformata nell’intervista che potrete leggere qui di seguito. Ringrazio Luca Vitali per il tempo che ci ha concesso e ai titolari del Blues Cafè, Anna e Valerio, per l’attività svolta a favore degli scrittori e delle centinaia di persone che hanno partecipato ai sabati “culturali” dove si sono succeduti scrittori di vario genere. 

Chi è Luca Vitali e come è nato il romanzo “Rock’n’roll shit”? “Per anni ho fatto il fotografo in campo musicale. Fotografando migliaia di concerti e non scherzo, sono proprio migliaia. Questo mi ha dato la possibilità di girare molto sia in Italia che negli Stati Uniti. Ho pubblicato parecchi lavori fotografici sia in Italia che negli Stati Uniti e anche perfino in Australia, dove hanno usato una foto mia per la copertina di un disco. Contemporaneamente ho scritto anche recensioni di dischi e di concerti, così che, quando nel 2020 è arrivata la pandemia (Il Covid ndr) e ho dovuto abbandonare la fase della fotografia per dedicarmi poi alla scrittura, avevo tante cose messe da parte, tanti appunti che ho utilizzato per Rock’n’Roll shit. Sono rimasto sempre in ambito musicale, perché il romanzo principalmente narra di un fotografo al seguito di una band che porta in giro (una piccola presentazione del libro è al fondo dell’intervista), attraverso una buona parte degli Stati Uniti, il disco nuovo; quindi, ci sono i sei musicisti della band e il fotografo che viene chiamato da tutti Fotografo come fosse effettivamente sul nome di battesimo. C’è poi la manager, che è una giovane ragazza molto decisa, molto in gamba e ad un certo punto del viaggio si aggrega alla comitiva un coyote, che è il filosofo del chiaro di luna del sottotitolo del romanzo. Il nome della Band dei Sidewalk Philosophers , i filosofi da marciapiede ed a un certo punto si aggrega anche il filosofo del chiaro di Luna, che è appunto questo coyote”.

La passione per gli Stati Uniti come nasce? “Nasce da quando ero bambino perché, tutte le domeniche pomeriggio mio padre prendeva me, mio fratello più piccolo e mia mamma e si andava al cinema. All’epoca al cinema c’erano i film western, di conseguenza io mi sono innamorato dei paesaggi che vedevo sul grande schermo e li è nata la mia mia passione”.

Quando è stata la prima volta che hai messo piede negli Stati Uniti? “Me lo ricordo benissimo perché era il 1997. Sono andato tardi in quanto ho rimandato per anni il mio primo viaggio negli Stati Uniti perché avevo paura di rimanere deluso. Mi dicevo e se dopo poi arrivo là e non mi piace, e lo trovo diverso da come ce l’ho nella mia testa, dopo che me lo sono sempre immaginato? E devo dire che non sono rimasto per niente deluso, tanto più che poi ho fatto altri venti viaggi dopo quello. Il primo viaggio che ho fatto negli Stati Uniti sono andato da solo, sono stato via un mese e ho fatto tutta la zona di confine tra Messico e Stati Uniti, partendo da Los Angeles e stando poi anche al di sotto del confine. Sono rientrato negli Stati Uniti a Nogales, in Arizona, e poi sono stato prima a Tucson e poi ad Austin. Negli Stati Uniti mi muovevo con i Greyhound o comunque con i pullman di linea.  Il secondo viaggio fu già al seguito di una band italiana in tour di Country e Blues, i Chicken Mambo di Fabrizio Poggi. (Fabrizio Poggi, che l’attore e musicista Dan Aykroyd, l’Elwood Blues dei Blues Brothers, nella sua trasmissione radio “TheBluesMobile” ha definito Fabrizio Poggi uno straordinario armonicista ndr), Fabrizio Poggi è l’artista italiano che nel 2018 è andato vicino a vincere un Grammy Awards nella categoria Traditional Blues Album, arrivando secondo solo dopo i Rolling Stone”.

Come hai iniziato a fare il fotografo delle band dei concerti e come hai unito la fotografia con la musica? “Erano due passioni che avevo, sia quella della musica che quella della fotografia. Le ho unite in modo anche banale, diciamo in modo molto semplice, quando metà degli anni 90 c’era la cantautrice newyorkese Ruth Gerson che veniva spesso in Italia, l’ho conosciuta e così siamo diventati amici. Ho cominciato a fare le foto a lei e i risultati furono decisamente buoni e quindi con lei e per lei ho cominciato. Poi il giro si è notevolmente allargato. Sono arrivato poi, nel giro di un paio d’anni, a collaborare con alcune riviste musicali, in particolare con Jam, che era un mensile che è rimasto nelle edicole fino al 2016 circa e quindi ho cominciato la mia carriera di fotografo ai concerti così, proprio così, in modo molto, molto semplice. I risultati furono buoni e quindi questo mi ha dato la spinta per continuare”.

Quando hai iniziato a fare fotografia ai concerti? “Era la metà degli anni 90, forse il 96, adesso non ricordo con esattezza, mentre i primi concerti che fotografai negli Stati Uniti era il 2000. Era un’edizione del Farm aid, che è un concerto che si svolge tutti gli anni, dove raccolgono fondi a favore delle famiglie contadine americane. È un concerto organizzato da Willy Nelson, Neil Young, John Mellencam. Al concerto ero andato come fotografo accreditato e credo, tutt’ora, di essere stato l’unico fotografo/giornalista italiano mai ospitato al Farmade. Per anni, sono andato sempre come fotografo accreditato al South by Southwest, che è un Festival che si tiene tutti gli anni attorno alla metà di Marzo ad Austin, in Texas, ed è semplicemente il Festival più grande del mondo con 1000 band che arrivano da tutte le nazioni e di conseguenza la città è piena di persone del settore musicale, dell’industria discografica, ma anche di giornalisti, fotografi e tantissimi turisti che venivano per ascoltare musica e anche tanti studenti perché il Festival si svolge proprio durante la pausa primaverile delle scuole. Ho smesso di andare negli Stati Uniti come fotografo ma ci ritorno spesso quando posso e fino ad ora ho fatto più di 20 viaggi negli Stati Uniti”.

Quando andavi ai concerti come fotografo, tu eri focalizzato sulle band o sulle persone che partecipavano al concerto? Il tuo lavoro come sviluppava? “Ero focalizzato su sugli artisti sul palco, a volte anche dietro il palco, nel backstage, non tanto sul pubblico e il pubblico ce l’ho ben presente, ce l’ho ben impresso nella mia memoria, ma non mi sono mai dedicato a fotografare il pubblico se non poi, magari, tra un concerto e l’altro, da un locale all’altro per le strade, ma non durante il concerto. Durante il concerto ero proprio concentrato sulle foto da fare sul palco, nella speranza di cogliere l’attimo giusto da fotografare”.

Quale attrezzatura che utilizzavi per riprendere gli artisti ai concerti? “Ovviamente nel corso degli anni ho cambiato tantissime macchine fotografiche. La prima fu una M super della Pentax, analogica con pellicola e con la messa a fuoco manuale. In merito alle pellicole, spesso non era neanche semplice trovare le pellicole con la sensibilità adatta per fare le foto con poca luce, come può essere ai concerti. Utilizzavo indifferentemente colore o bianco e nero, anche se la preferenza andava per il bianco e nero; quindi, ricordo la pellicola 1600 ASA della Fuji o il TMAX 3200 della Kodac.
Dopodiché, sempre rimanendo in analogico, passai alla Nikon, avevo la F 100 della Nikon con svariati obiettivi e quando poi è arrivato il digitale sono rimasto su Nikon, quindi utilizzavo una Nikon D500.  Poi con l’arrivo del Covid mi sono fermato ma ho ancora la mia Nikon D500”.

Quali sono le differenze, se ce ne sono, tra gli Stati Uniti e l’Europa per quanto riguarda il seguire gli artisti e le band musicali? “Ho seguito tanti musicisti, anche italiani, mi sono sempre trovato molto, molto bene o forse ho anche scelto le band con le quali collaborare basandomi anche molto sul lato caratteriale delle persone con le quali avevo a che fare e quindi non ho mai avuto problemi. Ho cominciato a seguire le band italiane in contemporanea con i miei viaggi negli Stati Uniti, ma anche dopo, quando a un certo punto ho tralasciato gli Stati Uniti dal punto di vista delle foto ai concerti e ho continuato ad andarci poi solo in vacanza. Le differenze? Non ho trovato differenze sostanziali perché gli americani sono comunque sempre molto, molto disponibili, parlo dei musicisti, quindi non ho mai avuto problemi, anzi con alcuni sono tutt’ora in contatto, alcuni addirittura sono nel disco dei The Sidewalk Philosophers e ho sempre trovato una grossa disponibilità. Nessuna forma di snobismo, quello invece, magari, c’è un po’ di più negli italiani, soprattutto se hanno avuto un minimo di successo. A livello di concerti se ne parla sempre tanto. Sicuramente l’organizzazione dei concerti che hanno negli Stati Uniti, anche quelli grossi con un’alta affluenza di pubblico, la differenza è notevole rispetto all’Italia, questo sicuramente”.

Perché una persona dovrebbe leggere il libro Rock ‘n’roll shit? “Le chiavi di lettura di questo romanzo sono molteplici perché c’è tanta musica. Si parla anche molto dei locali dove si fa musica dal vivo. C’è la fotografia senza entrare molto in cose tecniche e non ci sono mai entrato, sono rimasto più sulle sensazioni, sulle emozioni della fotografia. E poi tante persone, anche recensendo il romanzo, hanno scritto che il modo di scrivere sembra proprio per immagini, può essere visto in certi punti anche come una guida di viaggio, perché si attraversano tantissimi posti di alcune città importanti come Los Angeles, San Francisco, Las Vegas e la stessa Austin. Soprattutto quello che c’è in mezzo tra queste città; quindi, montagne, deserti, l’attraversamento di fiumi e altro che sono poi le cose che più mi interessano. Ci sono anche tanti personaggi strani che si incontrano e assicuro che li ho conosciuti tutti. In alcuni momenti, ma pochi, ho romanzato. Sono stati più i momenti dove ho tolto, perché altrimenti sarebbe sembrato poco verosimile il personaggio. Però sì, li ho conosciuti tutti, ovviamente ho cambiato i nomi. Il libro può essere visto anche come omaggio agli Stati Uniti e qua e là anche in modo un po’ critico. Pur essendo un romanzo, io colgo l’occasione di parlare anche dell’uso delle armi, si parla dell’immigrazione, si parla del razzismo, si parla anche dei nativi americani e quindi ci sono tanti i punti di vista da cui si può partire per leggere questo romanzo”.

Come nasce il Luca Vitali romanziere? “Tutto è cominciato con la pandemia perché mi sono trovato con molto tempo a disposizione, però di concerti non ce n’erano più. C’erano persone, le amicizie più care, che avevano letto gli appunti che avevo da parte, tutte le cose scritte nel corso degli anni e dedicate a un locale o a un personaggio e quindi mi hanno praticamente costretto a scrivere un romanzo mi hanno detto, tu devi assolutamente pubblicare qualcosa. Quindi, visto appunto il tanto tempo libero a disposizione, mi ci sono messo d’impegno e individuata la trama, o perlomeno la trama principale, che è quella appunto della band in giro per gli Stati Uniti, ho iniziato a scrivere utilizzando tutte le cose che avevo già da parte, ovviamente ho dovuto crearne anche di nuove. È stato molto bello perché improvvisamente tutti gli appunti sparsi che avevo nel cassetto si sono messi in fila l’uno con l’altro, proprio come per magia diciamo, ma è andata così davvero e quindi individuate la trama, individuato l’inizio, poi tutto il resto è venuto di conseguenza”.

Quanto ha influito l’aver scritto prima il libro rispetto a quello che poi è stato successivamente il lavoro della scrittura di testi delle canzoni e la realizzazione dell’album che ha ripreso il nome del romanzo? “Il disco dei The Sidewalk Philosophers, che è la band che compare nel romanzo si intitola Song from Rock’n’ Roll shit. Canzoni da Rock’n’Roll shit perché effettivamente le canzoni sono nate dai vari capitoli del romanzo, ma non solo. In alcuni momenti è stato proprio il testo della canzone a dare il là a ulteriori capitoli del romanzo. Io non sono musicista, però ho collaborato ai testi. Alcuni sono miei, altri no. Le canzoni sono state scritte insieme a due cantautori di Parma, Ugo Cattabiani e Alessandro Casappa dopodiché è subentrato Steve Cantarelli, che ha riarrangiato alcune canzoni e ha fatto da produttore. Le canzoni ad un certo punto erano pronte e lì si è trattato di decidere poi a chi farle suonare e cantare e così ho chiamato a raccolta tanti amici, sia italiani che americani, che ho conosciuto nel corso dei miei viaggi attraverso gli Stati Uniti e tutti hanno aderito con entusiasmo e hanno partecipato alla costruzione, perché comunque anche loro ci han messo del loro alla costruzione di questo disco. Sono 13 canzoni, tutte originali, che spaziano tra rock, country e blues. Una Tex/Mex un po’ messicaneggiante e alla fine il risultato è appunto Songs from Rock’N’roll Shit”.  

Dove si può acquistare il Cd? “Fisicamente il CD che è disponibile sulla pagina bandcamp dei The Sidewalk Philosophers e lo si trova anche in alcuni negozi di dischi, on-line e anche su eBay è possibile trovarlo. Altrimenti online su tutte le piattaforme come Spotify e Youtube”.

Bruno Angelo Porcellana

 


Rock’nRoll Shit è un’avventura lavorativa per Fotografo: un tour con la band composta dal fumatore Hugh, dal professore Alexander, dal costantemente indeciso Andrew, dal perennemente innamorato di bariste Peter, dallo stralunato Clive, dal dispensatore di humor Sunday e dalla manager Summer. Attraversando gli States i compagni di viaggio passano il tempo tra motel, diner scalcagnati e locali per suonare, incontrando la sfaccettata natura e una moltitudine di strambi personaggi. Anche il coyote Mexico: è lui il filosofo del chiaro di luna? Per i componenti della comitiva è tempo di mettersi alla prova e guardarsi dentro.
Fotografo deve risolvere la sua vita amorosa, vissuta sul rapporto/non rapporto con Meryl (forse parente di Orson Welles) che gli ha dato tre figli: la pittrice Virginia è molto legata al papà. Il tour finirà con il ritorno a casa, portando in dote a tutti un arricchimento interiore dovuto all’esperienza fatta. E vedrà la luce un vecchio progetto di Fotografo, che insieme al misterioso M. pubblicherà il libro intitolato Rock’n’Roll Shit. La narrazione si srotola veloce – alternando presente e flashback, sogno e realtà – in tanti ritmati capitoli, proprio come fossero canzoni.

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