Quando l’intelligenza umana incontra l’intelligenza artificiale.
Quando penso alle fiere del prossimo anno, potrei fare come si fa di solito: aprire il calendario, mettere in fila Milano, Bologna, Firenze, Rimini, Verona e Barcellona, aggiungere date, settori, numeri e qualche frase sul comparto che guarda al futuro con fiducia.
Potrei farlo.
Ma non è così che ricordo le fiere.
A distanza di mesi, infatti, raramente mi resta in mente il prodotto dello stand più grande. Mi rimangono una frase, una persona, un odore, una sensazione. A volte qualcosa che con la fiera sembra non c’entrare nulla.
Forse è da lì che bisogna partire per capire in quali fiere voglio tornare nel 2027 e, soprattutto, che cosa continuerò a cercare.
Il MICAM, per me, resterà legato a una giornata difficile.
Mentre ero in fiera, arrivò una notizia familiare che mi costrinse a rientrare in fretta. Ero molto preoccupato.
Sul treno, a Reggio Emilia, salì la squadra del Sassuolo diretta a Roma. Incrociai alcuni giocatori andando verso il bagno e, pensando alla partita che li aspettava la settimana dopo, riuscii perfino a scherzare con loro e a fare una raccomandazione molto sentita sul risultato.
Mi colpì soprattutto una cosa: anche in un momento di forte tensione, per qualche secondo riuscivo ancora a ridere.
Non so se questo dica qualcosa sul MICAM.
Probabilmente dice qualcosa sulle fiere: entrano nella vita vera, mentre la vita continua ad accadere.
Del Cersaie mi resta invece un’immagine completamente diversa.
Eleganza. Molta.
Rappresentanti impeccabili, stand affollati, grande sicurezza nei modi. A volte persino troppa, almeno per come la percepisco io.
Ma soprattutto mi rimane una domanda: perché sono così tanti?
Qualche anno fa sarebbe stata soltanto una battuta; oggi, con l’intelligenza artificiale, diventa una domanda molto più seria.
Quante persone servono davvero per gestire uno stand, raccogliere e qualificare contatti, fare follow-up, trasformare quei contatti in opportunità e poi in clienti?
Non sto dicendo che non servano.
Sto dicendo che, nei prossimi anni, ogni azienda dovrà probabilmente cominciare a chiederselo.
E forse le fiere saranno uno dei luoghi in cui questa trasformazione diventerà più evidente.
Auto e Moto d’Epoca mi porta invece a una confessione che, tra gli appassionati, potrebbe costarmi l’espulsione.
Le auto d’epoca non mi emozionano.
Posso passare davanti a una vecchia Ferrari o a una Lamborghini e continuare tranquillamente a camminare.
Mi emoziona molto di più un vecchio autobus o un treno che mi ricorda l’infanzia.
Eppure, adoro osservare chi quella passione ce l’ha davvero.
Non per forza lo stand milionario. Anche il piccolo banchetto con vecchie riviste, pezzi di ricambio e oggetti improbabili. Quando senti che dietro ci sono cuore, memoria, competenza e una piccola ossessione personale.
E pensando all’AI mi viene un sospetto.
Forse quella passione resisterà meglio di tante funzioni eleganti, perfettamente organizzate e altrettanto replicabili.
Poi c’è EICMA.
Qui è inutile fare gli ipocriti.
EICMA senza belle ragazze non sarebbe esattamente EICMA.
Quando anni fa andai a Intermot, a Colonia, mi colpì subito la loro quasi totale assenza. La prima domanda fu: perché qui non ci sono?
Poi arrivò quella più interessante.
Perché da noi invece ci sono?
È una domanda commerciale prima ancora che culturale.
Se sono un organizzatore e aumentano l’attrattività dell’evento, il ragionamento è semplice.
Ma se sono un singolo espositore, avere decine di persone ferme davanti allo stand perché guardano una modella genera davvero più contatti utili? Più vendite? Più valore?
Non conosco la risposta.
Ma è proprio il tipo di domanda che, con strumenti sempre più precisi per misurare lead e conversioni, sarà difficile continuare a evitare.
EICMA rimane per me uno spettacolo meraviglioso.
Motor Bike Expo, però, mi dà una sensazione diversa.
Lì vedo più facilmente il motociclista che cerca davvero un casco, una giacca, un accessorio, qualcosa da usare.
Anche lì le ragazze vengono guardate, naturalmente. La specie umana non cambia attraversando il casello di Verona.
Ma l’atmosfera mi sembra più legata a una passione concreta per la moto.
Più vera, forse.
E questo non significa che una sia migliore dell’altra.
Significa che hanno due anime differenti.
Al SIGEP l’anima è invece chiarissima: gelato, cibo, piacere.
Solo che non bisogna immaginare il gelato mangiato con calma sulla spiaggia.
In certe ore alla Fiera di Rimini la densità umana diventa impressionante.
E lo dice uno che ama le fiere affollate.
Non ho mai amato l’assalto al campione gratuito: la corsa per un pezzo di pizza o focaccia, la gente attorno al vassoio, quell’istante in cui la degustazione assomiglia a una prova di sopravvivenza.
Il paradosso del SIGEP è anche questo.
Una fiera dedicata a prodotti legati al piacere, dentro un ambiente che in certi momenti può essere tutto fuorché rilassante.
TuttoFood, al contrario di quanto si potrebbe pensare, potrei visitarla anche senza assaggiare nulla.
Probabilmente nell’ultima edizione è quello che ho fatto.
Il cibo mi piace, ma in fiera mi interessa poco l’assaggio in sé. Spesso mi porto perfino qualcosa da mangiare da casa.
Preferisco fermarmi davanti allo stand piccolo con un prodotto improbabile.
Perché lì puoi spesso parlare direttamente con l’imprenditore, con il figlio o la figlia, con qualcuno che conosce davvero la storia dell’azienda.
Il grande marchio può essere altrettanto interessante, naturalmente, se davanti hai chi quell’azienda l’ha costruita o la guida.
Molto meno se l’incontro si riduce a una recita commerciale standardizzata.
E lo dico da commerciale.
Forse è proprio per questo.
Al MIDO il discorso cambia.
Gli occhiali non sono un prodotto che mi appassiona particolarmente. Quindi non basta mettermi davanti il piccolo artigiano per conquistarmi.
Piccolo non significa automaticamente interessante.
Se hai una storia familiare vera, un mestiere particolare o qualcosa che vale davvero la pena raccontare, ascolto.
Se invece devo sentire per la cinquantesima volta “dal 1900 tradizione e innovazione”, preferisco guardare lo stand spettacolare.
Anche questa, forse, è una lezione utile.
Lo storytelling non crea interesse dal nulla.
Può amplificare una storia.
Non può fabbricarla.
Pitti Uomo è un’altra cosa ancora.
È uno dei luoghi in cui l’individualità rischia continuamente di diventare uniforme.
Barbe simili, capelli simili, modi di vestirsi simili. Persino il passo di chi sembra non essersi accorto del fotografo mentre, naturalmente, se n’è accorto benissimo.
È curioso.
Centinaia di persone cercano di mostrarsi uniche e, proprio per questo, a volte finiscono per assomigliarsi.
Se dovessi prendere un caffè con qualcuno, probabilmente sceglierei una persona elegante ma sportiva.
Qualcuno che mi dia l’impressione di non essersi vestito per recitare la parte della persona elegante.
Perché un conto è essere un personaggio.
Un altro è fare il personaggio.
La Fashion Week di Milano, tra febbraio e settembre, non mi sembra cambiare nella sostanza.
La differenza la fa soprattutto la città.
Una bella giornata calda di settembre produce un’atmosfera diversa da una giornata fredda di febbraio.
Poi magari a settembre piove per tre giorni e salta tutta la teoria.
Il clima cambia i vestiti, gli spostamenti, la voglia di fermarsi fuori e probabilmente persino l’umore.
La stessa manifestazione può quindi sembrare diversa senza esserlo davvero.
Cosmoprof è quasi una città fatta di quartieri incompatibili.
Dal settore delle unghie tendo a fuggire, soprattutto per l’odore intenso dei solventi.
Nelle aree dedicate ai capelli o ai massaggi, invece, potrei perdermi molto più volentieri.
È banale, ma tendiamo a dimenticare che una fiera non si vive soltanto con gli occhi.
La viviamo con il naso, le orecchie, la temperatura e i piedi dopo dieci chilometri.
L’esperienza fisica conta.
E forse resterà una delle difese migliori della fiera fisica contro ogni tentativo di renderla interamente virtuale.
Durante gli anni delle chiusure pandemiche si parlò parecchio di fiere virtuali.
A me quell’idea non piaceva affatto.
Continuo a studiare l’intelligenza artificiale, sono curioso di tecnologia e credo che cambierà profondamente il lavoro.
Ma non per questo sono obbligato a desiderare ogni futuro possibile.
Se mi dessero un telecomando davanti a Milano AutoClassica con due pulsanti, “vent’anni avanti” e “vent’anni indietro”, credo che sceglierei il secondo.
Un po’ per nostalgia.
Un po’ perché l’idea di un futuro fatto esclusivamente di visori, avatar e surrogati digitali delle esperienze fisiche non mi entusiasma.
Tecnologia sì.
Ma una fiera deve continuare ad avere esseri umani dentro.
MotoDays, che ho visitato una sola volta molti anni fa, la ricordo proprio per questo.
Arrivai alla Fiera di Roma con il trolley e scoprii che non c’era un guardaroba.
Invece di mandarmi via, qualcuno trovò una soluzione e me lo tenne in un ufficio.
Ricordo anche una quantità quasi surreale di addetti: persino una persona incaricata di indicare dove prendere la navetta, funzione che probabilmente avrebbe potuto svolgere un cartello.
Ma proprio quella sovrabbondanza produceva anche una sensazione molto particolare.
Umanità.
Forse persino troppa, organizzativamente parlando.
Ma umanità.
Intermot mi ha lasciato invece un piccolo dettaglio.
Feci l’accredito dall’Italia e, insieme al pass, ricevetti gratuitamente anche i biglietti per utilizzare la metropolitana.
Poca cosa economicamente.
Ma un bellissimo gesto.
Non ne trarrei la solita teoria sui tedeschi organizzati e gli italiani disorganizzati: due giorni trascorsi molti anni fa non autorizzano trattati di sociologia comparata.
Mi rimane però quel particolare.
Qualcuno aveva pensato anche a come sarei arrivato in fiera.
E le esperienze sono fatte anche di questo.
LetExpo mi ha lasciato un’impressione ancora differente.
Nelle prime edizioni ricordo una presenza molto forte di politici, istituzioni e ospiti importanti e, accanto a questo, catering enormi.
La sensazione che mi rimase fu quella di una certa sproporzione, perfino di spreco.
Non so quanto costasse realmente, come fosse organizzato o quale fosse il contesto contrattuale.
Quindi non mi interessa trasformarlo nell’ennesimo discorso contro la politica.
Mi interessa il ricordo perché pone ancora una volta la stessa domanda: quante cose nelle fiere esistono perché producono veramente valore e quante perché fanno parte del rito?
Una domanda che tornerà.
Immagine Italia, invece, mi fa pensare a una parola sola.
Resiste.
Non è una fiera gigantesca.
Opera in un mercato, quello dell’intimo, nel quale per un piccolo marchio competere contro le grandi catene può essere durissimo.
Ci sono espositori che incontri un anno e quello successivo non trovi più.
A volte percepisci quasi fisicamente l’artigianalità del tentativo.
Oggi una struttura organizzativa più forte le offre certamente maggiori possibilità, ma quello che continuo a vedere è una fiera che combatte con i denti per continuare ad esserci.
E questa non è una critica.
È una forma di rispetto.
Perché l’innovazione tecnologica dovrebbe servire anche a questo: non soltanto a rendere ancora più efficienti i giganti, ma a dare a qualcuno più piccolo la possibilità di continuare a giocare la partita.
Mare d’Amare mi ha regalato invece uno dei miei ricordi fieristici più strani.
Pochi giorni prima di un’edizione estiva mi era inspiegabilmente tornata in mente una canzone ascoltata da bambino: Save a Prayer dei Duran Duran.
Arrivo alla fiera.
Inizia la prima sfilata, che normalmente non sarei nemmeno andato a vedere.
Parte la musica.
Save a Prayer.
Non so cosa sia successo a livello cosmico.
Probabilmente nulla.
Ma da allora, se devo associare una canzone a quella fiera, non riesco a sceglierne un’altra.
Le fiere sono anche coincidenze personali che non finiranno mai nelle statistiche ufficiali.
Milano AutoClassica per me contiene invece un piccolo rito di amicizia.
Poco prima c’è normalmente EICMA, dove incontro il mio amico Zeee di Nikko Helmets.
Poi lui riparte per Taiwan o per l’India.
Qualche settimana dopo entro ad AutoClassica e gli mando una fotografia dalla fiera.
“Sono ancora qua. Mi manchi, amico.”
E lui ride.
Anche questo è diventato AutoClassica.
Non l’auto.
La persona che in quel momento non è lì.
E poi c’è Barcelona Bridal Fashion Week.
Qui il discorso cambia.
È probabilmente una delle fiere nelle quali mi sento meglio in assoluto. Lusso, bellezza, aziende internazionali, persone provenienti da tutto il mondo.
E io tranquillamente in mezzo a tutto questo magari con una maglietta da venti euro.
Non mi sento fuori posto.
Ed è forse questa la cosa che mi colpisce maggiormente. Posso parlare con chiunque: con la persona che pulisce un bagno, con un’imprenditrice, con un dirigente internazionale, con una modella. Non perché siamo tutti uguali – non lo siamo – ma perché riesco a muovermi bene tra mondi diversi.
Dopo tre giorni lì dentro mi torna sempre lo stesso pensiero. Devo riuscire a fare meglio il mio lavoro, a costruirmi un reddito più alto e una vita nella quale giornate così non siano un’eccezione di tre giorni all’anno. Non per comprarmi una maglietta più costosa. Per poter vivere più spesso negli ambienti nei quali mi sento bene. Il denaro, in questo senso, non è il traguardo. È lo strumento con cui comprarsi una quota maggiore della vita che si desidera. Forse è anche per questo che continuo a parlare della strada verso la prossima Barcelona Bridal Fashion Week.
Non è soltanto una data sul calendario.
È un checkpoint.
Quando tornerò lì voglio essere più vicino alla vita che quella fiera mi ricorda di voler costruire.
E forse questo è il motivo principale per cui continuerò a frequentare fiere nel 2027.
Non soltanto per vedere che cosa viene presentato.
Ma per osservare persone, aziende, rituali, sprechi, passioni, tic, commercianti, visionari e personaggi.
Per capire cosa sta cambiando.
Per chiedermi quante delle cose che facciamo oggi avranno ancora senso tra cinque anni.
L’intelligenza artificiale cambierà le fiere.
Cambierà il modo di acquisire contatti, gestire relazioni commerciali, tradurre, presentare prodotti, preparare contenuti, analizzare visitatori e dare seguito agli incontri.
Probabilmente renderà inutili alcune attività.
Ne potenzierà altre.
Ma continuo a pensare che il cuore della fiera sia molto difficile da digitalizzare.
È l’incontro che non avevi programmato.
È il piccolo imprenditore che ti racconta qualcosa che non stavi cercando.
È il trolley tenuto in un ufficio perché qualcuno ha deciso di aiutarti.
È l’amico che non c’è più nello stand e al quale mandi una fotografia.
È una canzone che non sentivi da trent’anni e che improvvisamente parte durante una sfilata.
È persino una battuta fatta in treno mentre hai la testa completamente da un’altra parte.
Per questo nel 2027 voglio tornare in fiera.
Non perché il futuro non arriverà.
Ma proprio perché arriverà.
E voglio vedere, in mezzo a tutto quello che cambierà, che cosa continuerà a essere irriducibilmente umano.
Come è nato questo articolo?
Questo articolo nasce da un esperimento molto semplice. L’idea e la direzione sono state mie: invece di chiedere all’intelligenza artificiale di scrivere l’ennesimo articolo sulle fiere, le ho chiesto di farmi, una alla volta, domande diverse sulle fiere che avevo frequentato. Non domande standard: ricordi, immagini, momenti, impressioni, pensieri, anche domande laterali o apparentemente stupide.
Io ho risposto a voce, senza preparare nulla. Ho messo dentro esperienze vere, ricordi, giudizi, sensazioni e associazioni personali. L’AI ha fatto ciò che sa fare bene: ha costruito domande varie e spesso molto centrate, ha individuato collegamenti tra risposte lontane, ha ripulito la forma senza cancellare il contenuto e, alla fine, ha assemblato tutto con grande velocità in un articolo coerente.
Lavoriamo insieme da tempo e questo ha contato: conosce il mio modo di esprimermi, il tipo di ironia che uso, le cose che tendo a notare e quelle che non sopporto. Per questo il risultato mi è sembrato vicino alla mia voce, al punto che avrei potuto scriverlo io.
Ma c’è una distinzione fondamentale. L’intelligenza artificiale non ha vissuto una sola delle esperienze raccontate qui e, per motivi ontologici, non avrebbe potuto farlo. Le fiere le ho attraversate io. Io ho incontrato quelle persone, sentito quegli odori, visto quegli stand, mandato quelle fotografie, ascoltato Save a Prayer partire durante una sfilata e vissuto Barcelona Bridal Fashion Week nel modo che ho raccontato. Il materiale umano dell’articolo viene da lì.
Poi è arrivata la revisione finale: ho corretto passaggi, eliminato ciò che non volevo lasciare, precisato alcuni ricordi e deciso che cosa meritasse di restare.
Per me il punto interessante della collaborazione tra umano e AI è esattamente questo. L’AI non sostituisce l’essere umano quando l’essere umano ha qualcosa da dire. Può aumentare enormemente velocità, ordine, capacità di fare domande e qualità della forma. Ma l’idea, la direzione, l’esperienza e il giudizio finale restano umani. Buona o cattiva che fosse, l’idea iniziale l’ho messa io. Senza quella non sarebbe esistito questo articolo. Senza l’AI, probabilmente, avrei impiegato molto più tempo e non sarei arrivato alle stesse domande. Il testo è nato precisamente nell’incastro tra queste due cose.
Per Bruno
Un saluto speciale a Bruno Angelo Porcellana di Nonsolomodanews.
Sarà un piacere condividere fiere, incontri e storie durante tutto l’anno. Le fiere sono fatte di prodotti, aziende e novità, ma alla fine restano soprattutto le persone: poterle vivere accanto a un amico le rende già, in partenza, occasioni migliori.
Simone Martini
Libri editi dall’autore dell’articolo.
Insostituibile: Perché lo sogni da sempre. eBook : Martini, Simone: Amazon.it: Kindle Store
La fotografia in evidenza e all’interno dell’articolo sono state realizzate con l’intelligenza artificiale.
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