La storia di Simona Tortora è una testimonianza di forza, rinascita e autenticità. Mamma, professionista nel settore farmaceutico e fotomodella, dopo aver affrontato un difficile percorso oncologico in seguito a una diagnosi di tumore al seno, ha ritrovato nella fotografia un potente strumento di espressione e consapevolezza.Grazie all’esperienza come ambassador di Komen Italia e alla partecipazione alle iniziative della Race for the Cure, Simona ha intrapreso un nuovo percorso che l’ha portata a trasformare una passione in un’opportunità di crescita personale. Oggi, attraverso il progetto “Oltre il Visibile”, promuove un messaggio di speranza, valorizzazione della persona e capacità di guardare oltre le apparenze. In questa intervista ci racconta il suo viaggio di rinascita, dimostrando che non è mai troppo tardi per reinventarsi e inseguire i propri sogni. Ringraziamo Simona Tortora per questa intensa intervista e per aver condiviso con sincerità il suo percorso di vita e di rinascita
Partiamo dalle origini del tuo percorso. Chi è Simona Tortora, oltre la professionista e la fotomodella che conosciamo oggi? Mi chiamo Simona Tortora, sono nata a Roma il 19 marzo 1977 e vivo in provincia di Latina. Sono mamma, donna indipendente e professionista nel settore farmaceutico, ambito in cui lavoro da oltre venticinque anni con passione, impegno e dedizione. Fin da giovane ho coltivato una forte passione per la fotografia, sia dietro sia davanti all’obiettivo. Per molto tempo, però, gli impegni professionali, la famiglia e le responsabilità quotidiane hanno lasciato poco spazio a questa passione, che è rimasta in secondo piano. Nel 2018 la mia vita ha subito un cambiamento profondo e inaspettato: ho ricevuto una diagnosi di tumore al seno e ho affrontato un lungo percorso oncologico. Un’esperienza che ha modificato il mio modo di vedere la vita, le persone e, soprattutto, me stessa. Dopo aver attraversato un periodo così difficile, non avrei mai immaginato che proprio la fotografia potesse diventare uno strumento di rinascita e una nuova occasione per mettermi in gioco. Tra il 2021 e il 2022, grazie al mio ruolo di Ambassador per Komen Italia, nell’ambito delle iniziative dedicate alla sensibilizzazione sul tumore al seno e alla Race for the Cure, ho partecipato a un progetto fotografico realizzato in occasione del mese della prevenzione. In quell’occasione ho sfilato e posato per alcuni scatti indossando il rosa, colore simbolo della lotta contro il tumore al seno e della cultura della prevenzione. Quell’esperienza ha rappresentato un vero punto di svolta. Le fotografie hanno suscitato interesse e apprezzamento, permettendomi di entrare in contatto con diversi fotografi professionisti e di avviare nuove collaborazioni. È stato l’inizio di un percorso che mi ha portato a diventare fotomodella, una passione che oggi affianco con entusiasmo alla mia professione nel settore farmaceutico. Per me la fotografia è molto più di una semplice espressione estetica. È libertà, femminilità, sensibilità e consapevolezza. È il mezzo attraverso cui racconto la donna che sono diventata: una donna che porta con sé la propria storia, le proprie cicatrici e la forza maturata attraverso le esperienze della vita. Da questa visione è nato anche il mio progetto personale, Oltre il Visibile, attraverso il quale desidero trasmettere un messaggio di autenticità, empatia e valore umano. Un invito a guardare oltre le apparenze e a riconoscere la ricchezza interiore che ogni persona custodisce dentro di sé.Oggi, a quarantanove anni, continuo a coltivare nuove passioni, a prendermi cura di me attraverso lo sport e uno stile di vita equilibrato, a conoscere nuove persone e ad accettare nuove sfide. Sono convinta che non esista un’età giusta per riscoprirsi, reinventarsi e realizzare nuovi sogni.La mia storia vuole essere una testimonianza di consapevolezza e speranza. Le prove che affrontiamo possono cambiarci profondamente, ma non devono impedirci di continuare a vivere, a esprimerci e a credere nelle opportunità che il futuro può ancora offrirci.
Ricordi il momento in cui hai scoperto la malattia? Qual è stato il primo pensiero che ti è venuto in mente? “Ricordare quel momento significa, ancora oggi, fare un viaggio indietro nel tempo, in uno dei periodi più difficili e profondamente trasformativi della mia vita. Era il 2018. Tutto ebbe inizio con un sospetto che, dopo una serie di accertamenti, si trasformò in una diagnosi che non dimenticherò mai. Durante quel percorso scoprii anche di aspettare il mio secondo bambino. La gravidanza rese più complessi gli accertamenti e dovetti recarmi all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina per effettuare un prelievo del nodulo. Ricordo ancora il dolore di quella procedura, affrontata con una gestione molto limitata dell’anestesia. Seguirono ventitré giorni di attesa. Ventitré giorni interminabili, vissuti tra speranza, paura e mille pensieri. Poi arrivò quella telefonata. Ricordo perfettamente le parole: «Purtroppo dobbiamo comunicarle che la diagnosi non è per niente bella». Mi dissero che si trattava di un tumore al seno infiltrante, di grado G3, una diagnosi seria che avrebbe richiesto cure importanti. Iniziai a sudare freddo. Anche mio marito, allora, scoppiò a piangere. Fu un momento devastante, perché improvvisamente tutte le nostre certezze sembravano crollare. Ma il mio primo pensiero fu mia figlia Sara. Aveva soltanto tre anni. Avevo paura di morire, certo, ma soprattutto di non poterla vedere crescere, di perdermi i suoi sorrisi, i suoi traguardi, il privilegio immenso di esserle madre. Volevo proteggerla da quella paura, fare in modo che non percepisse tutto ciò che stavo attraversando. E proprio in quel periodo dovetti affrontare una delle decisioni più dolorose della mia vita. Ero incinta del mio secondo bambino e mi trovai davanti a un bivio che nessuna donna vorrebbe mai incontrare. Ricordo ancora le parole della mia oncologa al Campus Bio-Medico. Fu molto chiara: avrei potuto scegliere di portare avanti la gravidanza, ma il percorso sarebbe stato estremamente complesso, anche per le caratteristiche del tumore e la rapidità con cui stava evolvendo. In quel caso avrei dovuto rivolgermi al Policlinico Gemelli, dove sarebbe stato possibile valutare un percorso specialistico durante la gravidanza. Oppure avrei potuto interromperla e affrontare tempestivamente le cure che mi venivano proposte, con maggiori possibilità di curarmi efficacemente. Non esisteva una scelta senza dolore. Da una parte c’era il desiderio di dare alla luce il mio secondo bambino. Dall’altra la paura concreta di perdere la mia vita e lasciare mia figlia senza la sua mamma. Fu una decisione soffertissima, che porterò sempre dentro di me. Scelsi di non proseguire la gravidanza per poter affrontare le cure e avere maggiori possibilità di sopravvivere. Non fu una scelta fatta senza amore, ma una scelta attraversata da un amore immenso, anche per quella bambina di tre anni che aveva bisogno di me. Oggi sono profondamente grata di poter raccontare questa storia. Penso spesso alle tante donne che hanno affrontato la malattia e che purtroppo non hanno avuto la possibilità di raccontare il proprio percorso. Quella diagnosi ha cambiato per sempre il mio modo di guardare la vita. Mi ha fatto conoscere una paura che non avevo mai provato prima, ma anche una forza interiore che non immaginavo di possedere. Allora non sapevo se quel percorso mi avrebbe portata verso la fine della mia vita oppure verso una rinascita. Oggi posso dire che, per me, è stata una rinascita. Non perché il dolore sia scomparso, ma perché ho imparato a portarlo dentro di me senza permettergli di spegnere il desiderio di vivere.”
Guardando oggi al tuo percorso, quanto ritieni importante la prevenzione e la diagnosi precoce? “Oggi posso dire che la prevenzione e la diagnosi precoce hanno un valore immenso. E lo dico non soltanto come donna, ma come persona che ha vissuto sulla propria pelle quanto sia importante ascoltare il proprio corpo e non sottovalutare mai un segnale. Sono sempre stata attenta alla mia salute. In passato avevo un fibroadenoma, una formazione benigna che tenevo regolarmente sotto controllo e che, dopo la gravidanza di mia figlia Sara, non risultava più visibile agli esami. Con la maternità, gli impegni quotidiani e poi la perdita di mio padre, nel febbraio del 2018, avevo però iniziato a trascurare un po’ la regolarità dei controlli. Nell’estate dello stesso anno, mentre facevo la doccia, sentii qualcosa di diverso nel seno. Non era il classico nodulino tondeggiante che avevo conosciuto in passato, ma una formazione irregolare, particolare, che mi lasciò perplessa. Avevo anche dolori al seno, ma ero abituata a conviverci, soprattutto in relazione al ciclo mestruale. Avrei potuto pensare che non fosse nulla di importante. E invece quella sensazione meritava di essere approfondita. A settembre partecipai a un’iniziativa di prevenzione organizzata dalla mia azienda, il progetto “Donna”. Durante la visita, la dottoressa, attraverso la palpazione, notò qualcosa che non la convinceva e mi invitò a effettuare quanto prima un’ecografia. Ricordo ancora il suo sguardo. Fu uno di quei momenti in cui capisci che qualcosa potrebbe non andare, anche prima di avere una risposta. Seguii immediatamente la sua indicazione. L’ecografia evidenziò una formazione sospetta. Nel mio caso, anche a causa della gravidanza appena scoperta, il percorso diagnostico fu particolarmente complesso: non venne eseguita la mammografia e dovetti sottopormi a un prelievo del nodulo presso l’ospedale Santa Maria Goretti di Latina. Dopo ventitré lunghissimi giorni arrivò la conferma della diagnosi. Quell’esperienza mi ha insegnato che conoscere il proprio corpo è importante, ma non basta. Servono controlli appropriati, professionisti qualificati e soprattutto la consapevolezza che un cambiamento non deve essere ignorato soltanto perché non provoca dolore o perché in passato abbiamo avuto problemi benigni. La prevenzione non significa vivere nella paura della malattia. Significa scegliere di prenderci cura di noi stesse, anche quando siamo impegnate, quando abbiamo una famiglia, un lavoro e mille responsabilità. Oggi vorrei dire a ogni donna di non mettere sempre se stessa all’ultimo posto. Di aderire agli screening raccomandati e di rivolgersi al medico quando nota qualcosa di insolito, senza aspettare il controllo successivo. Perché il tempo, quando si parla di diagnosi precoce, può fare una differenza enorme. E prendersi cura della propria salute non è egoismo: è un atto di responsabilità e di amore verso la propria vita e verso le persone che amiamo.”
Qual è stata la sfida più difficile che hai dovuto affrontare durante le cure? “Credo che la sfida più difficile sia stata affrontare contemporaneamente due paure: quella di non farcela e quella di non riconoscermi più nella donna che ero sempre stata. Una malattia oncologica non cambia soltanto il tuo stato di salute. Entra nella tua quotidianità, nelle tue abitudini, nel rapporto con il tuo corpo, nella tua femminilità e inevitabilmente anche nella percezione che hai di te stessa. È un cambiamento che coinvolge ogni aspetto della tua vita, anche quelli che prima consideravi più semplici e naturali. Prima della diagnosi ero una donna piena di energia, sportiva, dinamica, molto attenta alla cura della mia persona. Amavo allenarmi, prendermi cura dei miei capelli, sentirmi bella e femminile. Non per apparire agli occhi degli altri, ma perché tutto questo faceva parte del mio modo di essere, della mia identità e del mio benessere. Poi, improvvisamente, mi sono ritrovata davanti a uno specchio che ogni giorno mi restituiva un’immagine diversa. Durante i sette mesi di chemioterapia ho perso i capelli, le ciglia, le sopracciglia. Il mio corpo cambiava, le energie diminuivano, arrivavano la nausea, la stanchezza e quei giorni in cui anche le cose più semplici diventavano difficili. Non eri più padrona dei tuoi ritmi, perché erano le cure e le condizioni fisiche a scandire le giornate. Ricordo la parrucca, il desiderio di non farmi vedere senza capelli, la difficoltà di mostrarmi agli altri mentre io stessa faticavo a riconoscermi. A volte tendevo a isolarmi, non perché non avessi bisogno delle persone, ma perché era difficile accettare un cambiamento così profondo e improvviso. Una delle rinunce che ho sofferto maggiormente è stata quella dello sport. Per me allenarmi non significava soltanto prendermi cura del corpo, ma anche liberare la mente, ritrovare energia e scaricare le tensioni della giornata. Ho provato a continuare, ma non avevo più le forze necessarie. Accettare di non riuscire a fare qualcosa che avevo sempre amato è stato doloroso. Poi c’è stato il percorso chirurgico e ricostruttivo, con cinque interventi di ricostruzione. Il seno era una parte del mio corpo che amavo, un elemento importante del mio modo di sentirmi donna. Affrontare la sua trasformazione ha richiesto un percorso non soltanto fisico, ma anche emotivo, fatto di adattamento, pazienza e accettazione. Ma c’è un aspetto della malattia di cui, secondo me, si parla ancora troppo poco: il cambiamento degli equilibri affettivi e familiari. Quando affronti un percorso oncologico non cambia soltanto il tuo corpo. Cambiano le tue priorità, il tuo modo di pensare e persino il significato che attribuisci a una giornata normale. Ci sono momenti in cui il tuo desiderio più grande diventa semplicemente svegliarti la mattina e avere la possibilità di vivere un altro giorno. Non è egoismo. È il bisogno profondo di continuare a vivere. Le cure possono toglierti energie, rendere imprevedibili le giornate, farti passare dalla speranza alla paura nel giro di poche ore. Un giorno stai meglio, quello successivo la stanchezza, il dolore o gli effetti delle terapie ti costringono a fermarti. Io ho sempre cercato di essere presente per mia figlia, anche nei momenti più difficili. Ma ho dovuto accettare che non potevo più essere, in ogni situazione, quella donna instancabile di prima, capace di occuparsi di tutto. E inevitabilmente anche la vita di coppia può cambiare. Cambia il rapporto con il proprio corpo, cambia la sfera intima, cambiano i bisogni e le energie. A volte subentra persino la paura che chi ti sta accanto non riesca più a vederti con gli stessi occhi, che non riconosca più la donna che eri prima della malattia. In quei momenti hai bisogno di essere compresa, non giudicata per ciò che temporaneamente non riesci più a dare. Hai bisogno di sentirti amata anche quando il tuo corpo cambia, quando sei stanca, quando la paura prende il sopravvento. Per questo considero fondamentale anche il sostegno psicologico oncologico, non soltanto per la persona che affronta la malattia, ma anche per il partner e per la famiglia. Un percorso di sostegno, anche di coppia quando necessario, può aiutare a comprendere i cambiamenti, a comunicare le proprie difficoltà e a non lasciare che la sofferenza si trasformi in incomprensione o distanza. La malattia ha cambiato profondamente anche la mia vita personale. Oggi non vivo più i rapporti, il tempo e i sentimenti nello stesso modo. Ho imparato quanto sia preziosa una presenza autentica, soprattutto quando la vita smette di essere semplice. E accanto a tutte queste trasformazioni c’era sempre la paura più grande: quella di non sapere se le cure sarebbero bastate. Ogni ciclo di chemioterapia rappresentava una possibilità, una speranza, ma anche un momento di grande incertezza. Affrontavo il percorso terapeutico con fiducia nei medici, senza però avere la certezza di come sarebbe andata. Non voglio raccontare questa esperienza come se fossi stata forte in ogni istante. Ho avuto paura, ho sofferto, ho pianto, ho attraversato momenti di profonda fragilità. Ma ho continuato a prendermi cura di me, anche quando non riuscivo più a farlo come prima. Oggi credo che la mia sfida più grande non sia stata soltanto affrontare la malattia, ma imparare a riconoscere me stessa attraverso tutti quei cambiamenti. Perché la femminilità non scompare quando perdi i capelli o quando il tuo corpo porta i segni delle cure. Può cambiare il modo in cui la vivi, ma non il valore della donna che sei. La malattia ha cambiato il mio corpo, le mie abitudini, i miei equilibri e il mio modo di guardare la vita. Ma non ha cancellato ciò che sono. Mi ha insegnato a cercare ancora più profondamente il valore di ciò che porto dentro”
Quanto è stato importante il sostegno delle persone che ti sono state vicine durante il percorso? “Il sostegno delle persone care è stato molto importante, anche se credo che ci sia una parte della malattia che inevitabilmente si affronta dentro se stessi. Puoi avere persone accanto, ricevere affetto, attenzioni e aiuto, ma ci sono paure e sensazioni che soltanto chi vive direttamente un percorso oncologico può comprendere fino in fondo. Quando mi sono ammalata avevo già perso entrambi i miei genitori. Mia madre era venuta a mancare nel 2011 e mio padre nel febbraio del 2018, pochi mesi prima della diagnosi. Affrontare una malattia così importante senza poter contare sulla loro presenza è stato particolarmente doloroso. In certi momenti avrei desiderato profondamente averli accanto. Durante il periodo delle cure, il sostegno concreto arrivò soprattutto dalla famiglia del mio ex marito. All’inizio anche lui mi accompagnava alle visite, mentre mia suocera di allora si occupava di Sara Evi quando dovevo recarmi in ospedale e spesso mi faceva trovare da mangiare dopo le terapie, tenendo conto delle mie esigenze alimentari. Può sembrare una cosa semplice, ma quando affronti la chemioterapia anche preparare un pasto, occuparti della casa o gestire la quotidianità può diventare estremamente faticoso. E sapere che qualcuno si prende cura di questi aspetti significa poter dedicare le poche energie rimaste alle cure e alla propria salute. Ho sentito anche la vicinanza della mia migliore amica, degli amici e dei colleghi di lavoro. A volte bastava una telefonata, un messaggio, una domanda sincera come «Come stai oggi?» per farmi sentire meno sola. Negli anni successivi ho potuto contare anche sull’aiuto prezioso dei miei zii paterni, i fratelli di mio padre, che mi accompagnavano alle visite e ai controlli quando non ero nelle condizioni di guidare. Dopo un percorso oncologico, infatti, le cure e i controlli non si esauriscono necessariamente con la fine della chemioterapia. Continuano gli appuntamenti, gli accertamenti e quella necessità di prendersi cura della propria salute con costanza. Con il tempo, fortunatamente, ho recuperato le mie energie e la mia autonomia, fino a tornare a gestire personalmente i miei controlli e i miei impegni. Vorrei sottolineare anche l’importanza del sostegno sanitario, assistenziale e sociale. Durante il mio percorso ho avuto accesso alle tutele previste per i pazienti oncologici e a un sostegno economico che mi ha permesso di affrontare alcune necessità pratiche, compreso l’aiuto domestico. Sono aspetti di cui spesso si parla poco, ma quando una persona è debilitata dalle terapie anche le attività più semplici possono diventare difficili. Per questo ritengo fondamentale informare i pazienti sulle possibilità di assistenza e sulle agevolazioni a cui possono avere diritto, secondo la propria situazione. Non tutti hanno una famiglia presente, qualcuno che possa accompagnarli alle cure o una persona che si occupi dei figli. E credo che una società attenta alla salute debba preoccuparsi anche di queste necessità, non soltanto dell’aspetto strettamente medico. Questa esperienza mi ha insegnato che anche una donna indipendente, abituata a occuparsi di tutto, può avere bisogno di aiuto. E accettarlo non significa essere meno forte. Oggi provo una gratitudine sincera per tutte le persone che, attraverso un gesto concreto o una semplice parola, hanno contribuito ad alleggerire il mio percorso. Perché quando la vita ti mette davanti a una prova così grande, non ricordi soltanto le cure, gli ospedali e la sofferenza. Ricordi anche chi ha trovato il modo di esserci.”
Che cosa ti ha dato la forza e la speranza di andare avanti durante la malattia? “Credo che ciò che mi abbia dato davvero la forza di andare avanti sia stato il desiderio immenso di vivere. Mi sono aggrappata alla vita con tutta me stessa, a ogni singolo giorno, a ogni piccola possibilità, perché quando ti trovi davanti a una malattia che può mettere in pericolo la tua esistenza, comprendi quanto sia prezioso anche ciò che prima consideravi scontato. Naturalmente mia figlia Sara Evi è stata, ed è ancora oggi, una delle ragioni più grandi della mia vita. Il desiderio di vederla crescere, di accompagnarla nelle sue scoperte, di esserci per lei, mi ha dato una motivazione immensa. Ma insieme all’amore per mia figlia c’era anche qualcosa di profondamente mio: la voglia di continuare a vivere, di ritrovare la mia libertà, la mia energia, la mia quotidianità. Durante le cure mi mancavano cose che prima facevano parte della normalità. Mi mancava andare al lavoro, incontrare i colleghi, allenarmi, uscire, socializzare, sentirmi libera di organizzare una giornata senza doverla necessariamente adattare alle mie condizioni fisiche. E pensare che, nella vita di tutti i giorni, quante volte ci lamentiamo proprio di quelle cose! Di doverci alzare presto, andare a lavorare, affrontare gli impegni, correre da una parte all’altra. Quando improvvisamente non puoi più farle, comprendi che anche quella normalità era una forma di ricchezza. Ricordo le lunghe ore trascorse in ospedale durante le terapie. In quelle stanze incontravo persone con storie diverse, ascoltavo le loro esperienze, le loro paure, le loro speranze. E ogni incontro mi ricordava quanto la vita possa essere fragile, ma anche quanto sia importante non perdere il desiderio di viverla. Ho imparato che la felicità non si nasconde necessariamente nei grandi avvenimenti. A volte è poter uscire di casa, fare una passeggiata, tornare ad allenarsi, condividere un sorriso, abbracciare propria figlia o semplicemente svegliarsi e sentirsi bene. Sono cose semplici, ma non sono affatto piccole nel loro valore. Durante quel percorso ho iniziato a guardare il tempo in maniera completamente diversa. Ho capito che spesso rimandiamo la felicità, aspettando il momento giusto, le condizioni perfette, un domani che diamo quasi per scontato. Ma la vita non ci offre certezze assolute sul futuro. Ed è proprio questa consapevolezza che mi ha cambiata profondamente. Oggi cerco di non privarmi delle esperienze che mi fanno stare bene, che mi arricchiscono interiormente e che mi fanno sentire viva. Amo la fotografia, lo sport, il mio lavoro, le persone, i viaggi, la possibilità di conoscere e scoprire. Tutto ciò che mi regala energia, bellezza interiore e nuove emozioni ha assunto un significato ancora più grande. Naturalmente questo non significa vivere senza responsabilità. Sono una mamma, ho i miei valori, i miei principi e i miei impegni. Ma ho imparato che prendermi cura della mia felicità non significa sottrarre qualcosa agli altri. Significa anche rispettare la vita che ho avuto la possibilità di continuare a vivere. Non credo che la forza consista nel non avere paura. Io ne ho avuta tantissima. Credo piuttosto che la forza sia riuscire a trovare, anche nei momenti più difficili, una ragione per non smettere di sperare. E la mia speranza era proprio questa: poter tornare a vivere, non soltanto a sopravvivere. Oggi non considero più il tempo qualcosa di scontato. Cerco di dare valore alle persone, ai gesti, alle emozioni e a tutto ciò che riesce ad arricchire davvero la mia esistenza. Perché la malattia mi ha insegnato una cosa che porterò sempre dentro di me: non è necessario avere una vita perfetta per riconoscerne l’immenso valore. A volte la felicità è semplicemente poterla vivere, un giorno alla volta, con tutto il cuore”
Che cosa diresti a una donna che ha appena ricevuto una diagnosi di tumore al seno? “Se avessi davanti una donna che ha appena ricevuto una diagnosi di tumore al seno, prima ancora di trovare le parole giuste, credo che vorrei guardarla negli occhi, stringerle la mano e farle sentire che non è sola. Le direi di non perdere mai, per quanto possibile, quella fame, quella sete di vita che ci appartiene. Di non permettere alla malattia di portarle via anche la speranza, perché è proprio nei momenti in cui tutto sembra crollare che abbiamo bisogno di trovare qualcosa a cui aggrapparci. Io il tumore l’ho sempre immaginato come un grande mostro. Un mostro che arriva senza chiedere permesso, entra nella tua vita, sconvolge le tue certezze, cambia il tuo corpo e ti mette davanti a paure che non avresti mai pensato di conoscere. Ma a quella donna vorrei dire che, per quanto grande possa sembrare quel mostro, non deve sentirsi definita soltanto dalla sua malattia. Prima della diagnosi era una persona con una storia, dei sogni, degli affetti, una propria identità. E continua a esserlo anche durante le cure. Le direi di affidarsi ai medici, di fare tutte le domande necessarie, di informarsi, di accettare l’aiuto delle persone care e, quando serve, anche quello psicologico. Perché affrontare una malattia oncologica non significa dover dimostrare di essere invincibili. Ci saranno giorni in cui avrà paura, giorni in cui piangerà, giorni in cui non avrà nemmeno la forza di alzarsi dal letto. E vorrei che sapesse che tutto questo non la rende meno coraggiosa. Ho imparato sulla mia pelle che la mente e il cuore hanno un ruolo importante nel modo in cui affrontiamo le difficoltà. Quando il corpo è stanco, quando le cure sottraggono energie e la quotidianità diventa faticosa, poter conservare una ragione per guardare al domani può aiutare ad attraversare anche le giornate più difficili. Ma non le direi mai che basta essere forti per guarire. Sarebbe ingiusto nei confronti di chi affronta percorsi complicati e di chi, pur avendo lottato con tutto se stesso, non ce l’ha fatta. La malattia non misura il coraggio di una persona. Le direi piuttosto di concedersi il diritto di avere paura senza rinunciare alla possibilità di sperare. Di non guardare necessariamente tutto il percorso che ha davanti, perché a volte può sembrare troppo grande. Di provare ad affrontare un giorno alla volta, una terapia alla volta, un piccolo traguardo alla volta. E soprattutto le direi di non dimenticare la donna che è, anche quando lo specchio le restituirà un’immagine diversa. Perché il suo valore non dipende dai capelli, dal seno, dai cambiamenti del corpo o da ciò che temporaneamente non riesce più a fare. Se potessi lasciarle un solo pensiero, sarebbe questo: «Non lasciare che la paura ti porti via anche la speranza. Non devi essere forte ogni giorno, non devi sorridere quando hai voglia di piangere. Devi soltanto ricordare che, anche nel momento più difficile, la tua vita continua ad avere un valore immenso. E merita tutta la cura, l’amore e la speranza che puoi darle.» Oggi posso raccontare la mia esperienza e so quanto sia preziosa questa possibilità. Vorrei che la mia testimonianza fosse una mano tesa, non una promessa di guarigione, ma un messaggio di vicinanza autentica. Perché nessuna donna dovrebbe sentirsi sola davanti a una diagnosi così difficile.”
Perché hai scelto di condividere pubblicamente la tua esperienza, anche attraverso la fotografia e i social? “Ho scelto di condividere la mia esperienza principalmente per due ragioni: sensibilizzare le donne sull’importanza della prevenzione e dimostrare che, anche dopo un percorso oncologico così importante, è possibile ritrovare se stesse, la propria femminilità e il desiderio di realizzare nuovi sogni. Per me la fotografia è stata molto più di una passione o di un’opportunità professionale. È stata una forma di riscatto personale, una rinascita, un modo per riprendermi quella libertà di esprimermi che, per tanti motivi, nella mia vita precedente non avevo potuto vivere pienamente. Dopo la malattia ho sentito il bisogno di ricominciare da me. Ho ripreso a fare attività fisica, a prendermi cura della mia alimentazione e del mio benessere, ad approfondire le mie conoscenze e a dedicare tempo a ciò che mi faceva stare bene. Ho cercato di costruire abitudini salutari, consapevole che prendersi cura di sé è importante, pur senza poter eliminare ogni rischio di malattia. Ma soprattutto ho riscoperto il piacere di sentirmi donna. Durante le cure avevo visto cambiare il mio corpo, avevo perso i capelli, avevo affrontato interventi e ricostruzioni. Ritrovarmi davanti a un obiettivo fotografico, sentirmi nuovamente bella, desiderabile, sensuale, sicura di me, è stato qualcosa di profondamente emozionante. La fotografia mi ha permesso di guardarmi con occhi nuovi. Non volevo nascondere quello che avevo attraversato, ma nemmeno permettere che la malattia diventasse l’unica cosa capace di definirmi. Oggi porto sul mio corpo delle cicatrici che raccontano una parte importante della mia storia. Non le considero qualcosa che diminuisce la mia bellezza. Sono i segni di ciò che ho attraversato, di quanto ho sofferto, ma anche di quanto sono riuscita a ricostruire, dentro e fuori di me. Ho persino scelto di tatuarmi un pensiero che mi rappresenta profondamente: «Perfettamente imperfetta». Perché è proprio così che mi sento. Perfettamente imperfetta, con tutte le mie cicatrici, con i miei cambiamenti, con ciò che la vita mi ha tolto e con tutto quello che sono riuscita a ritrovare. Non cerco più una perfezione che non esiste. Mi sento una donna appagata, consapevole della propria bellezza e del proprio valore, ma soprattutto una donna che ha ancora tantissimo da conoscere, da scoprire, da desiderare e da realizzare. Rimettermi in gioco dopo una malattia, ritrovare la mia sensualità, sentirmi nuovamente bella e desiderata, anche in una fase diversa della mia vita, non è stato semplice. Ma l’ho fatto. E oggi posso dire di aver ritrovato non soltanto la fiducia nel mio corpo, ma anche una libertà e una consapevolezza che prima non avevo. La fotografia è diventata uno dei modi più belli per esprimere questa rinascita. Non fotografo soltanto un corpo o un volto. Attraverso ogni immagine cerco di raccontare la mia femminilità, la sensibilità, la forza, la sensualità e tutte quelle sfumature che mi rendono la donna che sono. Perché una donna non è soltanto ciò che appare. È fatta di esperienze, intelligenza, emozioni, valori, fragilità e consapevolezze. E credo che la bellezza più interessante sia proprio quella che riesce a raccontare qualcosa che va oltre l’immagine. Da qui nasce anche il significato del mio progetto personale, Oltre il Visibile: invitare a guardare più in profondità, a non fermarsi alla superficie, a riconoscere la persona dietro una fotografia. E c’è un messaggio che vorrei arrivasse soprattutto alle donne che hanno attraversato una malattia simile alla mia: non è detto che tutto ciò che abbiamo perso durante quel percorso debba rimanere perduto per sempre. Possiamo ritrovare passioni, energie, fiducia in noi stesse. Possiamo scoprire nuove capacità, nuove opportunità e persino una bellezza diversa, più consapevole, perché accompagnata da tutto ciò che abbiamo vissuto. Questo non significa che ogni donna debba tornare a essere quella di prima, né che tutte debbano reagire nello stesso modo. Ognuna ha i propri tempi, il proprio corpo, la propria storia e le proprie difficoltà. Io posso soltanto raccontare la mia esperienza e ciò che ho scelto di fare della mia seconda possibilità. Oggi sono una donna che ama sentirsi bella, che continua a coltivare la propria intelligenza e curiosità, che lavora, si allena, si prende cura di sé, ama la fotografia e non ha smesso di desiderare nuove esperienze. E se attraverso una mia fotografia o una mia testimonianza riuscissi a far sentire anche una sola donna meno sola, a incoraggiarla a prendersi cura della propria salute o a ritrovare fiducia in se stessa, allora tutto questo avrebbe un significato ancora più grande. Perché io non sono tornata la donna che ero. Sono diventata una donna diversa, e oggi mi riconosco, mi piaccio e mi sento pienamente me stessa. Con tutte le mie cicatrici, perfettamente imperfetta, oltre il visibile.”
Quale messaggio vorresti rivolgere alle donne che, per paura o per mancanza di tempo, rimandano i controlli di prevenzione? “La prima cosa che vorrei dire a ogni donna è questa: non mettete mai voi stesse all’ultimo posto. Siamo abituate a occuparci di tutto e di tutti, della famiglia, dei figli, del lavoro, delle mille responsabilità quotidiane, e troppo spesso dimentichiamo che anche la nostra salute merita tempo, attenzione e priorità. Quante volte diciamo «Non ho tempo», «Lo farò il mese prossimo», «Adesso ho troppe cose da fare»? Oppure rimandiamo semplicemente perché abbiamo paura di quello che potremmo scoprire. Io quella paura la conosco. Quando sentii qualcosa di diverso nel mio seno, avrei potuto convincermi che non fosse nulla, magari un problema benigno come quello che avevo avuto in passato. Ma dentro di me sapevo che dovevo approfondire. E oggi vorrei dire a chi ha paura che non sapere non significa essere al sicuro. Rimandare un controllo non cancella un eventuale problema, mentre individuarlo tempestivamente può fare una differenza enorme nelle possibilità di trattamento. La prevenzione non è soltanto un appuntamento sul calendario. È un gesto concreto di amore e responsabilità verso se stesse. Credo sia importante imparare a conoscere il proprio corpo, prestare attenzione ai cambiamenti e non sottovalutare segnali insoliti. Anche l’osservazione e la conoscenza del proprio seno possono aiutarci a riconoscere qualcosa di diverso, ma non devono mai sostituire gli esami e gli screening raccomandati dai professionisti sanitari. Se notiamo un nodulo o un cambiamento sospetto, non dobbiamo aspettare il prossimo controllo programmato: è importante rivolgersi al medico per una valutazione. E anche quando ci sentiamo bene, non dobbiamo dimenticare gli appuntamenti di prevenzione previsti per la nostra età e situazione personale. Oggi la medicina dispone di strumenti diagnostici e trattamenti sempre più avanzati, e per molti tumori, tra cui quello al seno, una diagnosi precoce può migliorare significativamente le possibilità di cura. Non tutti i tumori hanno però gli stessi strumenti di screening, ed è per questo che bisogna affidarsi alle indicazioni mediche appropriate. Vorrei anche dire una cosa alle donne che hanno paura: non bisogna vergognarsi di quella paura. È umana, comprensibile. Ma possiamo scegliere di non permetterle di decidere al posto nostro. C’è poi un altro aspetto a cui tengo profondamente: la prevenzione dovrebbe diventare anche un gesto di attenzione reciproca all’interno delle famiglie. Una mamma dovrebbe insegnare alla propria figlia l’importanza di conoscere il proprio corpo e prendersi cura della propria salute. E una figlia, allo stesso modo, dovrebbe sentirsi libera di dire alla propria mamma: «Non rimandare, vai a fare quel controllo». Io stessa, avendo affrontato un tumore al seno, sento una responsabilità particolare nei confronti di mia figlia. Desidero che cresca con una sana consapevolezza della prevenzione, senza paura, ma con attenzione e responsabilità, seguendo nel tempo i consigli dei professionisti sanitari. Nel mio caso, dagli accertamenti genetici effettuati non è emersa una predisposizione ereditaria conosciuta, e non avevo precedenti familiari di tumore al seno. Eppure la malattia è arrivata ugualmente. Anche per questo considero importante non pensare che, in assenza di familiarità, un tumore non possa riguardarci. La mia esperienza ha sensibilizzato anche le mie cugine, che hanno scelto di prestare maggiore attenzione ai controlli e alla propria salute. E questo, per me, è già un risultato prezioso della mia testimonianza. Credo che dovremmo imparare a sostenerci anche in questo: ricordarci reciprocamente quanto sia importante la salute, accompagnarci quando abbiamo paura e non lasciare che gli impegni quotidiani ci facciano dimenticare di noi stesse. Non possiamo controllare tutto ciò che ci accade, né possiamo avere la certezza di non ammalarci. Ma possiamo fare la nostra parte, informarci, prenderci cura di noi e non ignorare ciò che il nostro corpo ci comunica. Se potessi lasciare un messaggio a ogni donna, sarebbe questo: non aspettare di avere paura di perdere la vita per comprendere quanto sia importante prendertene cura. La prevenzione non ti toglie tempo: è tempo che scegli di dedicare alla tua vita. E ricordiamoci sempre che prendersi cura di qualcuno significa anche incoraggiarlo a prendersi cura di sé.”
Qual è la cosa più importante che la malattia ti ha insegnato su te stessa, sulle persone e sulla vita? “Credo che la lezione più grande che la malattia mi abbia lasciato sia stata imparare a guardare oltre. Oltre le apparenze, oltre ciò che possediamo, oltre quello che mostriamo agli altri. Perché quando ti trovi davanti alla possibilità concreta di perdere la vita, comprendi che molte delle cose alle quali attribuiamo tanta importanza, in realtà, non sono quelle che contano davvero. Viviamo in una società che spesso dà grande valore all’immagine, al successo, alla bellezza esteriore e alla ricchezza materiale. Tutte cose che possono avere il loro posto nella vita, ma che non possono sostituire la salute, l’amore, il rispetto e la presenza autentica delle persone. Puoi avere tutto ciò che desideri materialmente, una vita agiata, una posizione importante, e poi trovarti davanti a una malattia che improvvisamente mette in discussione ogni certezza. In quei momenti comprendi che non tutto si può acquistare e che le cose più preziose, spesso, non hanno un prezzo. La malattia mi ha insegnato anche a non giudicare mai una persona soltanto da ciò che vedo. Ognuno di noi porta dentro una storia che gli altri non conoscono. Dietro un sorriso possono esserci sofferenze immense, dietro un’apparente sicurezza possono nascondersi paure, fragilità e battaglie silenziose. Ed è proprio per questo che oggi considero l’empatia uno dei valori umani più importanti. Cercare di comprendere chi abbiamo davanti, ascoltare senza giudicare, rispettare ciò che una persona ha attraversato, anche quando non possiamo comprenderlo completamente. Ci sono due parole che rappresentano profondamente la donna che sono diventata dopo la malattia, tanto da aver scelto di tatuarle sulla mia pelle, nella parte alta della schiena, tra il collo e le spalle: Empatia e Filotimo.
L’empatia, per me, è uno dei valori umani più preziosi. Attraversare una sofferenza così grande mi ha insegnato a guardare le persone con occhi diversi, a comprendere che dietro un sorriso, un silenzio o un’apparente serenità possono nascondersi battaglie che nessuno conosce. Ho imparato che non dobbiamo guardare soltanto noi stessi, i nostri problemi e le nostre necessità. Dobbiamo anche avere la sensibilità di accorgerci di chi abbiamo davanti, di ascoltare senza giudicare e di riconoscere un dolore anche quando non viene raccontato.
Il filotimo, invece, è una parola profondamente legata alle mie origini greche. È un concetto difficile da tradurre con un solo termine, perché racchiude dignità, rispetto, generosità d’animo, senso dell’onore e il desiderio di comportarsi con nobiltà interiore nei confronti degli altri. Ho scelto di portare queste parole sulla pelle perché rappresentano i principi che desidero custodire nella mia vita e nelle mie relazioni.
Dopo il percorso oncologico ho sentito anche il bisogno di esprimere un pensiero molto personale: «Amami per quella che sono oggi». Perché oggi non sono più la stessa donna di prima. Ho attraversato dolori, cambiamenti e momenti di fragilità che mi hanno trasformata, ma che mi hanno anche lasciato una consapevolezza nuova. Non desidero che una persona mi apprezzi soltanto per la mia bellezza o per ciò che riesco a mostrare. Vorrei che sapesse riconoscere anche la mia storia, i miei valori, la mia sensibilità e tutto ciò che mi ha portata a diventare la donna che sono. Le sofferenze possono indebolirti in alcuni momenti, ma possono anche lasciarti una ricchezza interiore inestimabile: la capacità di comprendere quanto vale la vita e quanto sia importante rispettare quella degli altri. Dopo il mio percorso oncologico sono cambiata profondamente. Mi sento una Simona diversa, più consapevole, più matura nei sentimenti e nel modo di affrontare la vita. Ho imparato a riconoscere ciò che mi arricchisce davvero e a dare meno spazio a ciò che è soltanto apparenza. Questo non significa che abbia smesso di amare la bellezza. Al contrario, oggi la apprezzo forse ancora di più. Ma so che la bellezza esteriore, da sola, non racconta il valore di una persona. Per me contano la sincerità, il rispetto, la sensibilità, la coerenza e soprattutto la capacità di esserci, non soltanto quando tutto è facile, ma anche quando la vita ci mette alla prova. Sono diventata più esigente nei confronti di ciò che scelgo di far entrare nella mia vita, non per presunzione, ma perché ho compreso quanto sia prezioso il tempo e quanto sia importante condividerlo con persone e situazioni che abbiano un significato autentico. E c’è un’altra cosa che questa esperienza mi ha insegnato: non perdere la fiducia nei valori umani, anche quando la vita ci offre motivi per farlo. Viviamo ancora in un mondo attraversato da conflitti, egoismi, indifferenza e sofferenze. Eppure continuo a credere che l’empatia, il rispetto, la solidarietà e la capacità di prendersi cura degli altri possano fare una differenza concreta, anche attraverso i gesti più semplici. Ho imparato anche ad avere maggiore fiducia nella ricerca e nella medicina. I progressi scientifici, le nuove terapie e le tecnologie che stanno contribuendo a migliorare la diagnosi e il trattamento dei tumori rappresentano una speranza importante. Ma ogni percorso resta diverso e nessuna innovazione può sostituire il valore dell’assistenza medica e umana. Oggi mi considero una donna che ha ancora moltissimo da imparare, conoscere e vivere. Non pretendo di avere tutte le risposte, ma ho acquisito una consapevolezza che prima non possedevo: non voglio sprecare il mio tempo inseguendo ciò che non mi rappresenta. Voglio continuare a vivere secondo i miei principi, coltivare rapporti sinceri, conoscere persone capaci di guardare oltre l’immagine e dare valore a ciò che riesce davvero ad arricchire la mia esistenza. Se dovessi riassumere ciò che la malattia mi ha insegnato, direi questo: quello che ho attraversato avrebbe potuto indurirmi. Invece ho scelto di non lasciare che il dolore decidesse che persona diventare. “Ho scelto di conservare la mia sensibilità, la mia capacità di amare, la curiosità verso la vita e il desiderio di comprendere gli altri. Perché amare davvero una persona significa anche accogliere la sua storia, non soltanto ammirare ciò che mostra agli altri. Ed è proprio lì che, per me, comincia tutto ciò che va oltre il visibile.”
Se potessi tornare indietro e parlare alla Simona del 2018, cosa le diresti oggi? “Se potessi tornare indietro e incontrare la Simona del 2018, credo che la prima cosa che farei sarebbe abbracciarla. Un abbraccio lungo, di quelli che non hanno bisogno di troppe parole, perché so perfettamente quanta paura aveva dentro e quanto fosse difficile immaginare il futuro. Le direi: «Simona, oggi non puoi saperlo, ma davanti a te ci saranno anni che cambieranno profondamente la tua vita. Avrai paura, piangerai, perderai certezze, attraverserai momenti in cui non ti riconoscerai più. Ci saranno giorni in cui ti sembrerà impossibile ritrovare la donna che eri. Ma non smettere di credere nella possibilità di avere ancora una vita piena di significato». La Simona del 2018 e quella del 2026 sono due donne profondamente diverse. Non soltanto perché sono trascorsi otto anni, ma perché in quegli otto anni ho vissuto esperienze che hanno cambiato il mio modo di pensare, di amare, di guardare le persone e di dare valore al tempo. Oggi mi avvicino ai cinquant’anni, che compirò nel marzo del 2027, e posso dire di essere felice della donna che sono diventata. Spesso le persone mi guardano e mi fanno complimenti per il mio aspetto, per il fisico, per l’energia che trasmetto, per il fatto che continui a lavorare come fotomodella. E io sorrido, ringrazio, ma dentro di me a volte penso: «Se soltanto sapeste tutto quello che ho attraversato per arrivare fin qui». Perché dietro quel sorriso ci sono sette mesi di chemioterapia, interventi, ricostruzioni, paure, perdite, cambiamenti e cicatrici che non sempre si vedono. Eppure, oggi sono qui. Continuo a prendermi cura di me, ad allenarmi, a lavorare, a coltivare la fotografia, a sentirmi bella, femminile e desiderosa di vivere nuove esperienze. Non considero tutto questo una vittoria sull’età o sulle imperfezioni. Lo considero il risultato di un percorso personale attraverso il quale ho imparato a riconoscere il mio valore, anche quando il mio corpo e la mia vita non erano più quelli di prima. Alla Simona del 2018 direi anche di non avere paura di cambiare. Di non pensare che ricominciare significhi cancellare il passato. Perché non è necessario tornare esattamente come eravamo per poter essere felici. Le direi di custodire la propria sensibilità, di non lasciare che le delusioni la rendano incapace di fidarsi, di continuare a credere nell’amore, nell’amicizia, nella bellezza dei rapporti autentici e soprattutto nel valore della propria esistenza. Le direi che sua figlia crescerà e che lei avrà ancora la possibilità di accompagnarla, di esserle accanto, di condividere con lei tanti momenti preziosi. E le direi anche che un giorno avrebbe trovato nella fotografia una nuova forma di libertà. Che avrebbe imparato a guardarsi con occhi diversi, a riconoscere la propria bellezza anche nelle cicatrici, a sentirsi perfettamente imperfetta senza desiderare di essere qualcun’altra. Oggi non voglio essere la donna che ero prima della malattia. Quella donna fa parte di me e le sarò sempre grata, ma non desidero cancellare tutto ciò che ho imparato attraversando il dolore. Sono diventata più consapevole, più selettiva nei rapporti, più attenta al valore delle persone e più determinata a vivere secondo i miei principi. Ho ancora sogni, desideri, progetti e tantissime cose da scoprire. Non considero i cinquant’anni un traguardo che chiude qualcosa, ma una nuova fase della vita che desidero affrontare con curiosità, femminilità e libertà. Se potessi lasciare un ultimo messaggio alla Simona del 2018, le direi: «Non posso prometterti che non soffrirai. Non posso dirti che tutto tornerà come prima, perché non sarà così. Ma posso dirti che un giorno ti guarderai allo specchio e, invece di cercare la donna che eri, riconoscerai finalmente quella che sei diventata. E scoprirai che, nonostante tutto, hai ancora tantissima vita davanti da amare, conoscere e vivere». Perché oggi, quando mi guardo allo specchio, non vedo soltanto una donna che si avvicina ai cinquant’anni, una mamma o una fotomodella. Vedo una donna che ha attraversato la paura di perdere tutto e che oggi conosce il valore immenso di poter vivere. E se dovessi racchiudere questi otto anni in un solo pensiero, direi: la vita mi ha cambiata, ma non mi ha tolto il desiderio di esserci. Mi ha insegnato a guardare oltre ciò che appare, a riconoscere ciò che conta e a non smettere mai di scoprire chi posso ancora diventare.”
Che cosa ti ha dato la forza e la speranza di andare avanti durante la malattia? “Credo che ciò che mi abbia dato davvero la forza di andare avanti sia stato il desiderio immenso di vivere. Mi sono aggrappata alla vita con tutta me stessa, a ogni singolo giorno, a ogni piccola possibilità, perché quando ti trovi davanti a una malattia che può mettere in pericolo la tua esistenza, comprendi quanto sia prezioso anche ciò che prima consideravi scontato. Naturalmente mia figlia Sara Evi è stata, ed è ancora oggi, una delle ragioni più grandi della mia vita. Il desiderio di vederla crescere, di accompagnarla nelle sue scoperte, di esserci per lei, mi ha dato una motivazione immensa. Ma insieme all’amore per mia figlia c’era anche qualcosa di profondamente mio: la voglia di continuare a vivere, di ritrovare la mia libertà, la mia energia, la mia quotidianità. Durante le cure mi mancavano cose che prima facevano parte della normalità. Mi mancava andare al lavoro, incontrare i colleghi, allenarmi, uscire, socializzare, sentirmi libera di organizzare una giornata senza doverla necessariamente adattare alle mie condizioni fisiche. E pensare che, nella vita di tutti i giorni, quante volte ci lamentiamo proprio di quelle cose! Di doverci alzare presto, andare a lavorare, affrontare gli impegni, correre da una parte all’altra. Quando improvvisamente non puoi più farle, comprendi che anche quella normalità era una forma di ricchezza. Ricordo le lunghe ore trascorse in ospedale durante le terapie. In quelle stanze incontravo persone con storie diverse, ascoltavo le loro esperienze, le loro paure, le loro speranze. E ogni incontro mi ricordava quanto la vita possa essere fragile, ma anche quanto sia importante non perdere il desiderio di viverla. Ho imparato che la felicità non si nasconde necessariamente nei grandi avvenimenti. A volte è poter uscire di casa, fare una passeggiata, tornare ad allenarsi, condividere un sorriso, abbracciare propria figlia o semplicemente svegliarsi e sentirsi bene. Sono cose semplici, ma non sono affatto piccole nel loro valore. Durante quel percorso ho iniziato a guardare il tempo in maniera completamente diversa. Ho capito che spesso rimandiamo la felicità, aspettando il momento giusto, le condizioni perfette, un domani che diamo quasi per scontato. Ma la vita non ci offre certezze assolute sul futuro. Ed è proprio questa consapevolezza che mi ha cambiata profondamente. Oggi cerco di non privarmi delle esperienze che mi fanno stare bene, che mi arricchiscono interiormente e che mi fanno sentire viva. Amo la fotografia, lo sport, il mio lavoro, le persone, i viaggi, la possibilità di conoscere e scoprire. Tutto ciò che mi regala energia, bellezza interiore e nuove emozioni ha assunto un significato ancora più grande. Naturalmente questo non significa vivere senza responsabilità. Sono una mamma, ho i miei valori, i miei principi e i miei impegni. Ma ho imparato che prendermi cura della mia felicità non significa sottrarre qualcosa agli altri. Significa anche rispettare la vita che ho avuto la possibilità di continuare a vivere. Non credo che la forza consista nel non avere paura. Io ne ho avuta tantissima. Credo piuttosto che la forza sia riuscire a trovare, anche nei momenti più difficili, una ragione per non smettere di sperare. E la mia speranza era proprio questa: poter tornare a vivere, non soltanto a sopravvivere. Oggi non considero più il tempo qualcosa di scontato. Cerco di dare valore alle persone, ai gesti, alle emozioni e a tutto ciò che riesce ad arricchire davvero la mia esistenza. Perché la malattia mi ha insegnato una cosa che porterò sempre dentro di me: non è necessario avere una vita perfetta per riconoscerne l’immenso valore. A volte la felicità è semplicemente poterla vivere, un giorno alla volta, con tutto il cuore”
Che cosa diresti a una donna che ha appena ricevuto una diagnosi di tumore al seno? “Se avessi davanti una donna che ha appena ricevuto una diagnosi di tumore al seno, prima ancora di trovare le parole giuste, credo che vorrei guardarla negli occhi, stringerle la mano e farle sentire che non è sola. Le direi di non perdere mai, per quanto possibile, quella fame, quella sete di vita che ci appartiene. Di non permettere alla malattia di portarle via anche la speranza, perché è proprio nei momenti in cui tutto sembra crollare che abbiamo bisogno di trovare qualcosa a cui aggrapparci. Io il tumore l’ho sempre immaginato come un grande mostro. Un mostro che arriva senza chiedere permesso, entra nella tua vita, sconvolge le tue certezze, cambia il tuo corpo e ti mette davanti a paure che non avresti mai pensato di conoscere. Ma a quella donna vorrei dire che, per quanto grande possa sembrare quel mostro, non deve sentirsi definita soltanto dalla sua malattia. Prima della diagnosi era una persona con una storia, dei sogni, degli affetti, una propria identità. E continua a esserlo anche durante le cure. Le direi di affidarsi ai medici, di fare tutte le domande necessarie, di informarsi, di accettare l’aiuto delle persone care e, quando serve, anche quello psicologico. Perché affrontare una malattia oncologica non significa dover dimostrare di essere invincibili. Ci saranno giorni in cui avrà paura, giorni in cui piangerà, giorni in cui non avrà nemmeno la forza di alzarsi dal letto. E vorrei che sapesse che tutto questo non la rende meno coraggiosa. Ho imparato sulla mia pelle che la mente e il cuore hanno un ruolo importante nel modo in cui affrontiamo le difficoltà. Quando il corpo è stanco, quando le cure sottraggono energie e la quotidianità diventa faticosa, poter conservare una ragione per guardare al domani può aiutare ad attraversare anche le giornate più difficili. Ma non le direi mai che basta essere forti per guarire. Sarebbe ingiusto nei confronti di chi affronta percorsi complicati e di chi, pur avendo lottato con tutto se stesso, non ce l’ha fatta. La malattia non misura il coraggio di una persona. Le direi piuttosto di concedersi il diritto di avere paura senza rinunciare alla possibilità di sperare. Di non guardare necessariamente tutto il percorso che ha davanti, perché a volte può sembrare troppo grande. Di provare ad affrontare un giorno alla volta, una terapia alla volta, un piccolo traguardo alla volta. E soprattutto le direi di non dimenticare la donna che è, anche quando lo specchio le restituirà un’immagine diversa. Perché il suo valore non dipende dai capelli, dal seno, dai cambiamenti del corpo o da ciò che temporaneamente non riesce più a fare. Se potessi lasciarle un solo pensiero, sarebbe questo: «Non lasciare che la paura ti porti via anche la speranza. Non devi essere forte ogni giorno, non devi sorridere quando hai voglia di piangere. Devi soltanto ricordare che, anche nel momento più difficile, la tua vita continua ad avere un valore immenso. E merita tutta la cura, l’amore e la speranza che puoi darle.» Oggi posso raccontare la mia esperienza e so quanto sia preziosa questa possibilità. Vorrei che la mia testimonianza fosse una mano tesa, non una promessa di guarigione, ma un messaggio di vicinanza autentica. Perché nessuna donna dovrebbe sentirsi sola davanti a una diagnosi così difficile.”
Perché hai scelto di condividere pubblicamente la tua esperienza, anche attraverso la fotografia e i social? “Ho scelto di condividere la mia esperienza principalmente per due ragioni: sensibilizzare le donne sull’importanza della prevenzione e dimostrare che, anche dopo un percorso oncologico così importante, è possibile ritrovare se stesse, la propria femminilità e il desiderio di realizzare nuovi sogni. Per me la fotografia è stata molto più di una passione o di un’opportunità professionale. È stata una forma di riscatto personale, una rinascita, un modo per riprendermi quella libertà di esprimermi che, per tanti motivi, nella mia vita precedente non avevo potuto vivere pienamente. Dopo la malattia ho sentito il bisogno di ricominciare da me. Ho ripreso a fare attività fisica, a prendermi cura della mia alimentazione e del mio benessere, ad approfondire le mie conoscenze e a dedicare tempo a ciò che mi faceva stare bene. Ho cercato di costruire abitudini salutari, consapevole che prendersi cura di sé è importante, pur senza poter eliminare ogni rischio di malattia. Ma soprattutto ho riscoperto il piacere di sentirmi donna. Durante le cure avevo visto cambiare il mio corpo, avevo perso i capelli, avevo affrontato interventi e ricostruzioni. Ritrovarmi davanti a un obiettivo fotografico, sentirmi nuovamente bella, desiderabile, sensuale, sicura di me, è stato qualcosa di profondamente emozionante. La fotografia mi ha permesso di guardarmi con occhi nuovi. Non volevo nascondere quello che avevo attraversato, ma nemmeno permettere che la malattia diventasse l’unica cosa capace di definirmi. Oggi porto sul mio corpo delle cicatrici che raccontano una parte importante della mia storia. Non le considero qualcosa che diminuisce la mia bellezza. Sono i segni di ciò che ho attraversato, di quanto ho sofferto, ma anche di quanto sono riuscita a ricostruire, dentro e fuori di me. Ho persino scelto di tatuarmi un pensiero che mi rappresenta profondamente: «Perfettamente imperfetta». Perché è proprio così che mi sento. Perfettamente imperfetta, con tutte le mie cicatrici, con i miei cambiamenti, con ciò che la vita mi ha tolto e con tutto quello che sono riuscita a ritrovare. Non cerco più una perfezione che non esiste. Mi sento una donna appagata, consapevole della propria bellezza e del proprio valore, ma soprattutto una donna che ha ancora tantissimo da conoscere, da scoprire, da desiderare e da realizzare. Rimettermi in gioco dopo una malattia, ritrovare la mia sensualità, sentirmi nuovamente bella e desiderata, anche in una fase diversa della mia vita, non è stato semplice. Ma l’ho fatto. E oggi posso dire di aver ritrovato non soltanto la fiducia nel mio corpo, ma anche una libertà e una consapevolezza che prima non avevo. La fotografia è diventata uno dei modi più belli per esprimere questa rinascita. Non fotografo soltanto un corpo o un volto. Attraverso ogni immagine cerco di raccontare la mia femminilità, la sensibilità, la forza, la sensualità e tutte quelle sfumature che mi rendono la donna che sono. Perché una donna non è soltanto ciò che appare. È fatta di esperienze, intelligenza, emozioni, valori, fragilità e consapevolezze. E credo che la bellezza più interessante sia proprio quella che riesce a raccontare qualcosa che va oltre l’immagine. Da qui nasce anche il significato del mio progetto personale, Oltre il Visibile: invitare a guardare più in profondità, a non fermarsi alla superficie, a riconoscere la persona dietro una fotografia. E c’è un messaggio che vorrei arrivasse soprattutto alle donne che hanno attraversato una malattia simile alla mia: non è detto che tutto ciò che abbiamo perso durante quel percorso debba rimanere perduto per sempre. Possiamo ritrovare passioni, energie, fiducia in noi stesse. Possiamo scoprire nuove capacità, nuove opportunità e persino una bellezza diversa, più consapevole, perché accompagnata da tutto ciò che abbiamo vissuto. Questo non significa che ogni donna debba tornare a essere quella di prima, né che tutte debbano reagire nello stesso modo. Ognuna ha i propri tempi, il proprio corpo, la propria storia e le proprie difficoltà. Io posso soltanto raccontare la mia esperienza e ciò che ho scelto di fare della mia seconda possibilità. Oggi sono una donna che ama sentirsi bella, che continua a coltivare la propria intelligenza e curiosità, che lavora, si allena, si prende cura di sé, ama la fotografia e non ha smesso di desiderare nuove esperienze. E se attraverso una mia fotografia o una mia testimonianza riuscissi a far sentire anche una sola donna meno sola, a incoraggiarla a prendersi cura della propria salute o a ritrovare fiducia in se stessa, allora tutto questo avrebbe un significato ancora più grande. Perché io non sono tornata la donna che ero. Sono diventata una donna diversa, e oggi mi riconosco, mi piaccio e mi sento pienamente me stessa. Con tutte le mie cicatrici, perfettamente imperfetta, oltre il visibile.”
Quale messaggio vorresti rivolgere alle donne che, per paura o per mancanza di tempo, rimandano i controlli di prevenzione? “La prima cosa che vorrei dire a ogni donna è questa: non mettete mai voi stesse all’ultimo posto. Siamo abituate a occuparci di tutto e di tutti, della famiglia, dei figli, del lavoro, delle mille responsabilità quotidiane, e troppo spesso dimentichiamo che anche la nostra salute merita tempo, attenzione e priorità. Quante volte diciamo «Non ho tempo», «Lo farò il mese prossimo», «Adesso ho troppe cose da fare»? Oppure rimandiamo semplicemente perché abbiamo paura di quello che potremmo scoprire. Io quella paura la conosco. Quando sentii qualcosa di diverso nel mio seno, avrei potuto convincermi che non fosse nulla, magari un problema benigno come quello che avevo avuto in passato. Ma dentro di me sapevo che dovevo approfondire. E oggi vorrei dire a chi ha paura che non sapere non significa essere al sicuro. Rimandare un controllo non cancella un eventuale problema, mentre individuarlo tempestivamente può fare una differenza enorme nelle possibilità di trattamento. La prevenzione non è soltanto un appuntamento sul calendario. È un gesto concreto di amore e responsabilità verso se stesse. Credo sia importante imparare a conoscere il proprio corpo, prestare attenzione ai cambiamenti e non sottovalutare segnali insoliti. Anche l’osservazione e la conoscenza del proprio seno possono aiutarci a riconoscere qualcosa di diverso, ma non devono mai sostituire gli esami e gli screening raccomandati dai professionisti sanitari.
Se notiamo un nodulo o un cambiamento sospetto, non dobbiamo aspettare il prossimo controllo programmato: è importante rivolgersi al medico per una valutazione. E anche quando ci sentiamo bene, non dobbiamo dimenticare gli appuntamenti di prevenzione previsti per la nostra età e situazione personale. Oggi la medicina dispone di strumenti diagnostici e trattamenti sempre più avanzati, e per molti tumori, tra cui quello al seno, una diagnosi precoce può migliorare significativamente le possibilità di cura. Non tutti i tumori hanno però gli stessi strumenti di screening, ed è per questo che bisogna affidarsi alle indicazioni mediche appropriate. Vorrei anche dire una cosa alle donne che hanno paura: non bisogna vergognarsi di quella paura. È umana, comprensibile. Ma possiamo scegliere di non permetterle di decidere al posto nostro. C’è poi un altro aspetto a cui tengo profondamente: la prevenzione dovrebbe diventare anche un gesto di attenzione reciproca all’interno delle famiglie. Una mamma dovrebbe insegnare alla propria figlia l’importanza di conoscere il proprio corpo e prendersi cura della propria salute. E una figlia, allo stesso modo, dovrebbe sentirsi libera di dire alla propria mamma: «Non rimandare, vai a fare quel controllo». Io stessa, avendo affrontato un tumore al seno, sento una responsabilità particolare nei confronti di mia figlia. Desidero che cresca con una sana consapevolezza della prevenzione, senza paura, ma con attenzione e responsabilità, seguendo nel tempo i consigli dei professionisti sanitari. Nel mio caso, dagli accertamenti genetici effettuati non è emersa una predisposizione ereditaria conosciuta, e non avevo precedenti familiari di tumore al seno. Eppure la malattia è arrivata ugualmente. Anche per questo considero importante non pensare che, in assenza di familiarità, un tumore non possa riguardarci.
La mia esperienza ha sensibilizzato anche le mie cugine, che hanno scelto di prestare maggiore attenzione ai controlli e alla propria salute. E questo, per me, è già un risultato prezioso della mia testimonianza. Credo che dovremmo imparare a sostenerci anche in questo: ricordarci reciprocamente quanto sia importante la salute, accompagnarci quando abbiamo paura e non lasciare che gli impegni quotidiani ci facciano dimenticare di noi stesse. Non possiamo controllare tutto ciò che ci accade, né possiamo avere la certezza di non ammalarci. Ma possiamo fare la nostra parte, informarci, prenderci cura di noi e non ignorare ciò che il nostro corpo ci comunica. Se potessi lasciare un messaggio a ogni donna, sarebbe questo: non aspettare di avere paura di perdere la vita per comprendere quanto sia importante prendertene cura. La prevenzione non ti toglie tempo: è tempo che scegli di dedicare alla tua vita. E ricordiamoci sempre che prendersi cura di qualcuno significa anche incoraggiarlo a prendersi cura di sé.”
Le fotografie sono state fornite da Simona Tortora –I credits delle fotografie appartengono ai relativi fotografi
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